Venerdì il mercato obbligazionario ha ripreso il centro della scena. Il DAX ha chiuso con un +0,17% spinto da Volkswagen e Porsche (Piano Volkswagen: via libera a 50mila tagli, titolo vola a Francoforte), il FTSE Mib ha ceduto lo 0,28% mentre a Wall Street S&P 500 e Dow Jones perdono lo 0,52% e lo 0,58% mentre il Nasdaq è invariato.
A peggiorare l’umore del mercato è stato il rapporto sul lavoro americano. Ad agosto sono stati creati 162 mila posti, contro i 56 mila attesi, con la disoccupazione stabile al 4,1%. I futures sui tassi hanno portato al 65% la probabilità di un rialzo della Fed a settembre. Il Treasury decennale è risalito sopra il 4,80% e il dollaro si è rafforzato.
Proprio mentre il mercato richiede rendimenti più alti per finanziare il debito americano, arriva una proposta destinata a fare discutere. Norges Bank Investment Management, che gestisce il Fondo sovrano norvegese da 2.300 miliardi di dollari, ha suggerito di abbassare dal 70% al 50% il peso dei titoli di Stato nel benchmark obbligazionario. La riduzione riguarderebbe soprattutto i Treasury, oggi la principale esposizione sovrana del portafoglio.
Il Fondo sovrano norvegese vuole ridurre i Treasury
Secondo le stime di Reuters, il taglio potrebbe aggirarsi intorno agli 80 miliardi di dollari, rispetto ai circa 215 miliardi detenuti a fine giugno. La decisione, però, non è imminente. Il percorso passa attraverso il ministero delle Finanze, il white paper annuale e infine il Parlamento. Ogni operazione verrebbe realizzata in modo graduale, per contenere costi e impatto sul mercato, e difficilmente partirebbe prima del 2027.
Il peso dei governativi USA nell’indice obbligazionario scenderebbe dal 34,1% al 21,9%. L’Area Euro passerebbe dal 16,8% al 14,1%, il Giappone salirebbe dal 4,6% al 7,4%, il Regno Unito resterebbe al 4,2%.
La contropartita si trova soprattutto all’interno del mercato americano. L’esposizione a obbligazioni USA non governative salirebbe dal 16,2% al 27,6%, con maggiore spazio per mortgage-backed securities e debito legato ad agenzie. Il peso complessivo del dollaro rimarrebbe quasi invariato, dal 52,9% al 52,5%.
Il Fondo norvegese non sta quindi abbandonando gli Stati Uniti. Sta piuttosto modificando il profilo di rischio, riducendo il debito federale a favore di strumenti che offrono premi più elevati.
Perché la tempistica conta
La proposta arriva in una delle fasi più delicate per i bond globali. I rendimenti a lunga scadenza sono saliti per effetto dell’inflazione, del nuovo rischio energetico e dell’aumento del debito da assorbire. Il debito pubblico USA ha superato i 40 mila miliardi di dollari. In Europa, i rendimenti decennali di Germania e Francia hanno toccato livelli che non si vedevano rispettivamente dal 2011 e dal 2008.
All’offerta pubblica si aggiunge quella societaria. Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft e Oracle hanno già emesso circa 220 miliardi di dollari di debito nel 2026 per finanziare investimenti sull’intelligenza artificiale. Le emissioni corporate globali hanno raggiunto i 4.900 miliardi. Più offerta significa maggiore concorrenza per il capitale e investitori in grado di chiedere rendimenti più alti.
È qui che la scelta del Fondo norvegese assume un peso che va oltre gli 80 miliardi potenzialmente coinvolti. Il fondo detiene in media circa l’1,5% delle società quotate a livello mondiale e le sue scelte di portafoglio possono influenzare i flussi.
Ciò che conta, ha evidenziato Mohamed El-Erian, è il segnale che arriva da alcuni compratori tradizionali di Treasury, la cui disponibilità ad assorbire nuova offerta appare meno scontata rispetto al passato. Con il decennale USA di nuovo vicino al 4,80% dopo le payrolls, è proprio questa capacità del mercato di assorbire debito a prezzi più esigenti a essere finita sotto osservazione.