Settembre parte con un messaggio che gli investitori farebbero bene a non ignorare: i tassi di interesse dei titoli di Stato stanno tornando a salire lungo tutta la curva.
Il Treasury decennale americano è arrivato al 4,79%, sui massimi da gennaio 2025. In Europa il Bund a 10 anni ha toccato il 3,34%, livello che non si vedeva dal 2011, mentre sulle scadenze trentennali Germania e Francia sono salite rispettivamente sui massimi da 15 anni e dal 2008.
Il sell-off non sembra quindi soltanto una storia di banche centrali: il mercato sta chiedendo un premio maggiore per finanziare governi e imprese.
Titoli di Stato: il movimento è appena iniziato?
I dati di oggi dell’inflazione dell’Eurozona è accelerata al 3,3% in agosto, dal 2,9% di luglio. La componente core è invece scesa al 2,4%, ma il nuovo shock energetico mantiene alta la pressione.
In questo contesto il rialzo BCE di 25 punti base a settembre sembra già interamente prezzato. Negli Stati Uniti il FedWatch assegna circa il 66% di probabilità a una stretta Fed.
Ma dietro il rialzo dei rendimenti c’è anche un problema di offerta. Gli economisti della BCE hanno evidenziato che gli hyperscaler americani potrebbero aver bisogno di oltre 1.000 miliardi di dollari di capex entro il 2028.
Una quota crescente sarà finanziata a debito e questa enorme domanda di capitale potrebbe competere con le emissioni sovrane, aumentando il premio richiesto dagli investitori a tutti gli emittenti. Un potenziale effetto “crowding out” che rischia di rendere strutturale il repricing del mercato obbligazionario.
Sul Treasury decennale il superamento di area 4,80% mette nel mirino il 5,02%, massimo dell’ottobre 2023; subito dopo entrerebbe in gioco area 5,2%-5,3%.
In Italia il BTP decennale viaggia oltre il 4,16% e punta la resistenza di area 4,20%. In uno scenario di stress, il 5% diventerebbe il primo obiettivo del movimento. Se poi il repricing diventasse disordinato, rendimenti in area 6%-7% smetterebbero di essere un’ipotesi puramente teorica.
BTP: meglio stare corti e aspettare
Una crescita dei rendimenti sul secondario che inevitabilmente si ripercuote negativamente sui prezzi dei bond in portafoglio e che mette gli investitori davanti alla domanda su cosa fare.
Chi non vuole uscire dai governativi può difendersi lavorando sulla duration. Se la curva continua a riprezzare verso l’alto, assumere oggi molto rischio tasso significa esporsi a ulteriori perdite in conto capitale.
La strategia può quindi essere mantenere il baricentro sulle scadenze brevi, indicativamente entro 2-3 anni, incassando rendimento e conservando flessibilità.
Se il BTP decennale dovesse avvicinarsi al 5%, e ancora di più in caso di overshooting, allora avrebbe senso iniziare gradualmente ad allungare la duration, bloccando rendimenti più interessanti. In sintesi: non inseguire oggi la cedola lunga, ma aspettare che sia il mercato a pagare di più per assumersi quel rischio.
Banche: tassi alti non significano sempre rialzi
Lo stesso scenario invita alla cautela sui titoli bancari. Tassi delle banche centrali più elevati sostengono ovviamente il margine d’interesse, quanto accaduto dal 2022 in avanti è emblematico. Quando la salita dei rendimenti diventa però troppo rapida e interessa in particolar modo i titoli di Stato presenti sul mercato secondario, in genere il mercato tende a vendere i titoli del Mondo bancario.
Dopo il forte rally del settore, un vero stress sui governativi europei potrebbe quindi diventare il catalizzatore di una fase di consolidamento o correzione. Anche perchè la salita dei rendimenti avrebbe diverse ricadute concrete: l’aumento del costo della raccolta, il deterioramento della qualità del credito e più in generale la perdita di valore delle obbligazioni in portafoglio.
Oro: protezione sì, ma senza inseguire i prezzi
Oltre alla gestione della duration dei titoli in portafoglio e all'allegerimento della componente azionaria, specie quella bancaria, un’altra linea difensiva passa dalla gestione della liquidità e dall’oro. Il metallo giallo è sceso oggi verso 4.370 dollari proprio mentre i rendimenti Treasury salivano: tassi reali più elevati aumentano il costo-opportunità di detenere un asset che non distribuisce cedole.
La storia recente, eccezion fatta per il movimento di luglio, mostrano inoltre che fasi corrrettive dei mercati azionari si traducono in una discesa dei prezzi del metallo prezioso. Un ritorno in area 4.020-4.100 dollari in questo contesto non appare un'eresia. Una discesa può arrivare sia per effetto dei tassi sia durante una prima fase di sell-off azionario, quando gli operatori vendono anche asset liquidi e profittevoli per fare cassa e coprire perdite o margin call.
Su quei livelli il rapporto rischio/rendimento tornerebbe più interessante, con obiettivo di medio periodo sui massimi storici oltre 5.100 dollari segnati a gennaio 2026 che non sarebbero da escludere nel medio termine.
La logica non è soltanto quella del bene rifugio. In un mondo di debito pubblico crescente, maxi-investimenti e maggiore competizione per il capitale, l’oro rimane anche una copertura dal debasement, cioè dalla progressiva erosione del valore reale delle valute.
Se il movimento sui tassi è davvero appena partito, difendersi significa soprattutto questo: accorciare oggi il rischio e prepararsi ad allungarlo quando il mercato offrirà un premio molto più alto.