Petrolio: ecco perché è difficile far riaprire lo Stretto di Hormuz | Investire.biz

Petrolio: ecco perché è difficile far riaprire lo Stretto di Hormuz

16 mar 2026 - 15:00

Lo Stretto di Hormuz resta bloccato mentre l’appello di Trump agli alleati cade nel vuoto. Petrolio in rialzo, rischi di stagflazione e timori per la sicurezza alimentare

L'appello di Donald Trump agli alleati affinché si coalizzino per cercare di riaprire lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio e del gas naturale trasportati in tutto il mondo, è rimasto inascoltato. Il presidente degli Stati Uniti ieri ha dichiarato che è nell'interesse di tutti i Paesi che importano greggio proteggere le navi dagli attacchi iraniani.

Tuttavia, alcuni Paesi come Giappone e Australia hanno manifestato scarsa intenzione di inviare navi da guerra per scortare le petroliere, come chiede Trump. Da quando è iniziata la guerra USA-Israele contro l'Iran, infatti, le imbarcazioni dei Paesi considerati nemici da Teheran sono state colpite da droni, missili e mine. Ciò ha interrotto il traffico di gas e petrolio, con i prezzi che sono balzati alle stelle.

Il problema è che una guerra prolungata rischia di far salire ulteriormente le quotazioni dei combustibili, rendendo più concreto lo spettro di una stagflazione, ma anche di aumentare, ad esempio, la scarsità dei fertilizzanti. Secondo la società di analisi Kpler, da Hormuz passa circa un terzo dei fertilizzanti mondiali, come zolfo e ammoniaca.

Questi sono prodotti o trasportati dai Paesi del Golfo Persico, come Qatar, Iran e Arabia Saudita, e lo Stretto di Hormuz è l’unica via marittima principale per esportare petrolio e gas dalla regione verso il resto del mondo. Se lo stretto viene chiuso o reso insicuro, il trasporto di materie prime per i fertilizzanti si blocca, perché gas naturale e ammoniaca devono passare da lì.

Giocoforza, i prezzi dei fertilizzanti salgono per via della scarsità e delle difficoltà logistiche, con la conseguenza che si rischia una crisi alimentare globale, in quanto molti Paesi dipendono dai fertilizzanti importati per produrre cibo a sufficienza.

 

Petrolio: lo Stretto di Hormuz, una continua spina nel fianco

L'Iran ha utilizzato spesso la minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz come ricatto nei confronti degli altri Paesi. Nel 2016 e nel 2018, ad esempio, Teheran ha mostrato i muscoli durante le tensioni legate alle sanzioni internazionali e al programma nucleare iraniano. Lo stesso è accaduto nel giugno del 2025, nel corso delle schermaglie tra Iran e Israele, sostenuto dagli Stati Uniti, nel pieno della guerra a Gaza.

La chiusura è sempre stata considerata una misura estrema, ma dopo l'uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei Teheran ha deciso di rendere concreta la minaccia. Il punto è che quella foce del Golfo rappresenta l'unico passaggio marittimo per il petrolio e il gas prodotti da Paesi come Kuwait, Iraq, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Se quindi non si riapre, si rischia un crollo dell'offerta e un'impennata insostenibile dei prezzi.

 

Lo stretto può essere protetto?

Prima di chiedere l'aiuto agli altri Paesi, la scorsa settimana Trump aveva ordinato alla U.S. International Development Finance Corporation di fornire assicurazioni e garanzie alle compagnie di navigazione. Questi sforzi, tuttavia, serviranno a qualcosa? In altri termini, Trump e gli alleati saranno in grado di garantire il passaggio sicuro attraverso Hormuz? In realtà, secondo gli esperti della materia, la missione è particolarmente complicata.

Le corsie di navigazione sono larghe appena due miglia nautiche e le navi devono effettuare una curva davanti a isole iraniane e a una costa montuosa che offre copertura alle forze di Teheran. Come ha spiegato Tom Sharpe, ex comandante della Royal Navy, i Guardiani della Rivoluzione iraniana dispongono ancora di imbarcazioni veloci, mini-sottomarini, mine navali e perfino moto d’acqua cariche di esplosivi, nonostante la marina convenzionale sia stata in gran parte smantellata dagli attacchi americani e israeliani. Scortare le navi per mesi richiederebbe molte più risorse di quelle attuali, ha sottolineato Sharpe.

Un altro aspetto da non sottovalutare è il rischio di attacchi suicidi, ha osservato Adel Bakawan, direttore dell’European Institute for Middle East and North African Studies. Quindi la distruzione della capacità iraniana di utilizzare missili balistici, droni e mine galleggianti potrebbe non bastare.

 

Quali alternative?

L'unica alternativa allo Stretto di Hormuz sembra essere quella di seguire rotte più lunghe e costose. Negli anni, Paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno cercato di ridurre la dipendenza dal passaggio attraverso la costruzione di oleodotti alternativi. Alcuni progetti, tuttavia, non sono ancora completamente operativi.

Nelle ultime ore è comunque filtrata un'indiscrezione secondo cui Saudi Aramco starebbe offrendo ai suoi clienti di lungo periodo la possibilità di ricevere le forniture di petrolio ad aprile tramite il porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Il problema è che la capacità dell'oleodotto da 5 milioni di barili al giorno che trasporta il greggio fino al porto è limitata e, di conseguenza, i clienti riceverebbero solo una parte della fornitura mensile programmata.

 

 

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