La guerra e il clima: perché investire nelle commodity agricole | Investire.biz

La guerra e il clima: perché investire nelle commodity agricole

20 mag 2026 - 11:00

20 mag 2026 - 11:04

El Niño, carenza di fertilizzanti e monsoni costituiscono un cocktail perfetto che dovrebbe spingere gli investitori a considerare di investire nelle commodity agricole

La carenza di fertilizzanti causata dalla guerra in Iran ha dominato la narrativa sui mercati agricoli negli ultimi mesi, spingendo al rialzo i costi di produzione. Ma Hakan Kaya, gestore del fondo Neuberger Berman Commodities, vede un nuovo catalizzatore affacciarsi all'orizzonte nella seconda metà del 2026: El Niño.

"Riteniamo che il prossimo El Niño rappresenti un significativo elemento di supporto per i prezzi delle materie prime agricole", scrive Kaya nel suo ultimo report, aggiungendo che il posizionamento del fondo "riflette una view costruttiva su diversi mercati chiave".

El Niño non è un fenomeno omogeneo - i suoi effetti variano a seconda delle colture e delle regioni - ed un ciclo "di forte intensità tende a ridurre l'offerta agricola globale e ad amplificare la volatilità dei prezzi". Un doppio shock sull'offerta, fertilizzanti e clima, potrebbe costituire uno scenario in cui l'inflazione alimentare si sovrappone a quella energetica, generando pressioni che la politica monetaria difficilmente può arginare. "Si tratta di un'inflazione guidata dall'offerta - precisa il gestore - quella che la politica monetaria fatica ad affrontare".

Il punto più critico, nella lettura di Neuberger, è proprio il disallineamento tra rischio percepito e prezzi di mercato. "Non riteniamo che questo rischio sia adeguatamente riflesso negli attuali prezzi di mercato", scrive Kaya. Chi vuole investire nelle commodity agricole oggi, secondo il gestore, non sta semplicemente comprando protezione dall'inflazione: sta posizionandosi su un potenziale di rendimento che il consenso non ha ancora incorporato.

 

 

Cacao sotto stress, robusta in pole position: la mappa delle opportunità

Scendendo nel dettaglio delle singole colture, Kaya individua nel cacao la vulnerabilità più acuta. L'Africa occidentale, principale area produttrice mondiale, ha storicamente subito cali significativi durante i cicli intensi di El Niño.

L'intensificazione dei venti dal Sahara favorisce caldo e siccità, stressando le piante e compromettendo lo sviluppo dei baccelli. Gli anni 1997-98 e 2015-16 sono i casi di riferimento, con forti contrazioni della produzione in Costa d'Avorio. L'Ecuador, secondo polo produttivo rilevante, affronta il problema opposto: le piogge eccessive favoriscono le malattie fungine e rendono difficile la raccolta.

Lo zucchero è a rischio su più fronti simultaneamente. Siccità in India e Thailandia da un lato, condizioni umide in Brasile che ostacolano la raccolta della canna dall'altro. A complicare il quadro, la politica brasiliana sulla miscelazione dell'etanolo: quando i prezzi del biocarburante salgono, gli zuccherifici dirottano la canna verso la produzione energetica, aggravando la contrazione dell'offerta.

Nel caso del caffè, la distinzione tra varietà è particolarmente importante: la robusta è esposta, visto che il Vietnam, che rappresenta oltre il 40% dell'offerta mondiale, è tra le aree più vulnerabili alla siccità da El Niño. Nel ciclo 2015-16 la produzione vietnamita calò in modo sensibile, alimentando un forte rialzo dei futures. L'arabica racconta una storia diversa - El Niño porta piogge nelle principali aree brasiliane di coltivazione, aumentando l'offerta - ma è proprio la robusta a offrire la diversificazione più interessante. "Questo è un buon esempio del motivo per cui merita un posto in portafoglio", scrive Kaya. "Questa è proprio la diversificazione delle fonti di scarsità che cerchiamo quando aggiungiamo posizioni non incluse negli indici di riferimento".

Sul fronte dei cereali, il quadro disegnato da Kaya è più articolato. Il grano australiano è tra i più esposti: l'Australia ha registrato cali di produzione per siccità in quasi tutti gli anni di El Niño negli ultimi sessant'anni. Anche l'Argentina è vulnerabile, questa volta per le piogge eccessive e le inondazioni. Le scorte globali elevate fungono da cuscinetto, ma la tendenza di fondo, secondo il gestore, resta al rialzo.

Il mais presenta una casistica più sfumata. El Niño minaccia il raccolto brasiliano, ma le condizioni più calde e umide nel Midwest americano possono in realtà favorire le rese statunitensi. La soia mostra un'offerta solida, con produzioni record attese nelle prime tre regioni esportatrici nel 2026-27, anche se gli obblighi di miscelazione dei biocarburanti negli Stati Uniti continuano a sostenere la domanda strutturale.

 

Friedberg: gli oceani sono surriscaldati 

A rafforzare l'analisi di Neuberger arriva David Friedberg, imprenditore e investitore sudafricano-americano, fondatore di The Climate Corporation - acquisita da Monsanto per 1,1 miliardi di dollari nel 2013 - e co-host del popolare podcast All-In. Il suo quadro è più urgente e diretto di quello di Kaya, e attinge alla fisica degli oceani.

"Gli oceani sono la batteria del clima", spiega Friedberg. In questo momento, l'energia accumulata nei mari è pari a circa 11 milioni di terawatt-ora, l'equivalente di 500 anni di consumo energetico umano. "Nel corso dei prossimi mesi, questa energia verrà rilasciata nell'atmosfera". Friedberg attribuisce una probabilità del 99% che l'anno in corso diventi il più caldo mai registrato nella storia umana, "di gran lunga".

 

 

Le implicazioni geografiche sono immediate. Argentina meridionale, Cile e Brasile rischiano ondate di calore record. E qui il nesso con i mercati agricoli diventa diretto: il Brasile è il principale esportatore agricolo al mondo, con centinaia di milioni di persone che dipendono dalle sue esportazioni. Ma il rischio più inquietante, secondo Friedberg, riguarda l'India. "La mancanza dei monsoni è ora un evento ad alta probabilità", afferma. Centocinquanta milioni di agricoltori, 1,5 miliardi di persone che dipendono da quel sistema alimentare. "La questione indiana è davvero difficile perché non esiste una soluzione semplice".

Gli effetti di secondo e terzo ordine delineati da Friedberg compongono uno scenario che va ben oltre i futures agricoli: prezzi dell'energia in rialzo, stress sulle reti elettriche, instabilità sociale in India, Filippine e Vietnam se l'offerta alimentare dovesse venire meno. 

 

 

Grano, mais e la logica del portafoglio: il mercato non ha ancora capito

La tesi di Neuberger non si ferma alle singole colture. Kaya allarga l'obiettivo all'intero universo delle materie prime, dal rame al petrolio, e identifica un argomento strategico più ampio per chi gestisce asset. "Riteniamo che vi siano validi motivi per cui gli investitori dovrebbero considerare di orientare l'allocazione degli asset verso le materie prime, non solo a fini di diversificazione e di copertura contro l'inflazione, ma anche per il potenziale di rendimenti interessanti".

La sensazione è che i prezzi attuali non riflettano ancora la complessità di quello che sta per arrivare. Per chi vuole investire nelle commodity agricole, la finestra temporale per posizionarsi potrebbe essere più stretta di quanto sembri.

 

 

 

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