Le trattative per far terminare la guerra USA-Iran sono a un punto morto. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha prorogato a tempo indeterminato il cessate il fuoco, che sarebbe dovuto scadere oggi, nell'attesa che i leader e i rappresentanti iraniani presentino una "proposta unificata".
L'annuncio del capo della Casa Bianca è arrivato poco dopo che il suo vice, JD Vance, ha riportato la sospensione di un secondo ciclo di colloqui tra le due delegazioni, con la mediazione del Pakistan. Dal canto suo, l'Iran ha comunicato che non ci saranno ulteriori incontri. La situazione, quindi, rimane in bilico e gli esiti appaiono alquanto incerti.
Alla luce di tutto ciò, i mercati di petrolio e gas restano in tensione, con lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% dei due combustibili, che rimane chiuso. Gli ultimi dati dell'Agenzia Internazionale dell'Energia e del Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti hanno riportato come la chiusura abbia comportato la più grande interruzione dell'offerta di petrolio mai registrata in termini di perdita giornaliera.
In particolare, l'AIE ha dichiarato ieri che il mondo non ha mai affrontato una crisi energetica di questa portata. Tutto ciò ha riacceso i confronti con gli shock del passato, in particolare con riferimento a quanto accaduto negli anni '70 e durante la Guerra del Golfo. Ma è veramente più pesante la crisi attuale?
Le differenze con il passato
Cinque decenni fa, il mondo intero fu travolto da due violenti shock petroliferi, nel 1973 e nel 1979. Nel primo caso, in seguito all'embargo dei Paesi arabi nei confronti dell'Occidente, che si era schierato a favore di Israele nella Guerra del Kippur contro Siria ed Egitto. Nel secondo, a causa della Rivoluzione iraniana, che portò al crollo della produzione petrolifera in Iran, uno dei principali produttori mondiali.
Quelle crisi misero in ginocchio l'economia mondiale, creando una carenza di carburante mai vista fino ad allora e lunghe code ai distributori. Proprio in quel periodo fu creata l'Agenzia Internazionale dell'Energia, con l'obiettivo di consigliare i Paesi industrializzati su approvvigionamento e sicurezza energetica, oltre a gestire le scorte petrolifere di emergenza dei suoi membri per compensare la perdita di forniture dal Medio Oriente.
La guerra in Iran non ha colpito solo il petrolio, ma anche il gas naturale, i carburanti raffinati e i fertilizzanti, mettendo in risalto quanto la situazione geopolitica sia vulnerabile a causa di una maggiore integrazione commerciale globale e del ruolo ancora fondamentale del Medio Oriente nell'approvvigionamento delle materie prime.
In termini numerici, dai dati AIE risulta che oggi la perdita massima di offerta di petrolio equivale a 12 milioni di barili giornalieri, pari all'11,5% della domanda globale. Durante lo shock del 1973, la perdita giornaliera corrispose a 4,5 milioni di barili, portandosi a 5,6 milioni nel 1979 e a 4,3 milioni durante la Guerra del Golfo degli anni '90.
Il problema si pone anche in termini di perdita cumulativa. Finora il conflitto è durato 52 giorni, portando a una sottrazione di 624 milioni di barili. Il punto è che, anche se le ostilità terminassero rapidamente, le interruzioni potrebbero proseguire ancora per mesi. Nel 1973-74, le perdite cumulative di petrolio ammontarono a una cifra compresa tra 530 e 650 milioni di barili, mentre nei tre anni successivi alla rivoluzione iraniana di fine anni '70 l'entità corrispose a circa 4,27 miliardi di barili (dati del Dipartimento dell'Energia USA).
Un aspetto che vale la pena sottolineare è che, mentre allora altri Paesi del Golfo riuscirono a compensare l'ammanco, oggi anche Stati come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, pur avendo capacità inutilizzata, non riescono a compensare, in quanto anch'essi colpiti dal blocco di Hormuz.