Siamo abituati a sentir parlare delle ricche cedole offerte dalle obbligazioni cosiddette "High Yield" europee ed americane. Obbligazioni con un merito di credito inferiore all’investment grade etichettate come "junk" (spazzatura) proprio per il loro elevato livello di rischiosità, soprattutto relativo al tasso di default che un paniere di emittenti problematici quanto a esposizione debitoria potrebbe esprimere, con relativo assorbimento di parte dei ricchi rendimenti a scadenza espressi dai vari ETF in caso di eventi creditizi avversi.
Ma non ci sono solo i bond "High Yield" di America ed Europa, esistono infatti anche quelli emessi da società operative nel mondo emergente. L’ETF di VanEck Emeging Market High Yield è un perfetto esempio di come si possa avere un’esposizione al comparto diversificata.
Ma negli ultimi 5 anni investire in "High Yield" emergenti è stato realmente vantaggioso? La performance assoluta è stata positiva ma nel confronto con ETF che investono in bond americani l’ETF di VanEck esce perdente.
VanEck Emeging Market High Yield: le caratteristiche
Lanciato nel 2018, nell’ultimo lustro l’ETF ha realizzato una performance del 18% che fa meglio dell’equivalente ETF europeo (+15%), ma peggio rispetto a quello americano (+25%). La differenza, questo va detto subito, non è il cambio visto che le emissioni emergenti sono prevalentemente in dollari USA. L’indice replicato da questo ETF è ICE BofAML Diversified High Yield US Emerging Markets Corporate Plus. La replica è fisica e le spese correnti sono di 0,4% annue.
Anche andando indietro nel tempo alla data del lancio dell’ETF, il 2018, la sfida con i bond americani è persa. Al +5,8% lordo raccolto da Xtrackers USD High Yield Corporate Bond, si contrappone il +4,9% di VanEck e attardato il +3% di Xtrackers EUR High Yield Corporate Bond.
Il portafoglio emergente presenta un rendimento a scadenza non tanto superiore a quello dell’ETF USA, il 7,3% contro il 6,4% di un tradizionale "High Yield" americano, confermando che lo spread di rendimento non è così eccezionale.
Con una duration di quasi 4 anni l’ETF emergente è prevalentemente esposto ai settori finanziario (30%), energia (20%) e materiali di base (13%), con l’Argentina a guidare quanto a paese emittente (10%), seguita da Turchia, Messico, Colombia e Cina tutte sopra il 5%.
Uno strumento quindi che non sembra aver mantenuto quelle promesse di maggiori rendimenti a fronte di una esposizione a emittenti teoricamente meno sicuri e che quindi dovrebbero offrire un ben più generoso premio rispetto a quello offerto oggi.
Ma come anche per gli ETF che investono in bond emergenti governativi, gli spread sono a livelli molto compressi riducendo la remunerazione per l’investitore che deve decidere se ha ancora senso investire in bond emergenti su questi livelli oppure rifugiarsi nei teoricamente più sicuri Treasury americani.