Avvenuto la scorsa settimana con una mossa che ha sorpreso i mercati, il ritorno di Luigi Lovaglio alla guida di Banca MPS parte con il botto (Lovaglio si riprende Banca Mps, cosa fare ora con le azioni?). Secondo quanto riportato dal Financial Times, l'Amministratore delegato dell'istituto senese starebbe valutando la cessione del 13% in Generali - detenuto tramite Mediobanca, acquisita da MPS l'anno scorso e valorizzata circa 7,4 miliardi di euro - con l'obiettivo di utilizzare i proventi per finanziare una fusione con Banco BPM.
Nelle intenzioni di Lovaglio, l'operazione servirebbe a rilanciare il progetto di un campione bancario nazionale italiano, rimasto in sospeso dopo una lunga stagione di manovre incrociate che ha coinvolto i principali istituti della penisola.
Banche Italiane: c'è ancora molto da fare
Il contesto è quello di un settore che, negli ultimi due anni, ha vissuto una stagione di offerte pubbliche di acquisto, alleanze difensive e veti governativi. Dopo la privatizzazione di MPS nel 2024, il governo Meloni aveva già accarezzato l'idea di un'integrazione tra l'istituto senese e Banco BPM.
Il piano era stato però rimescolato dall'offerta lanciata da UniCredit su Banco BPM, a sua volta bloccata da Roma, mentre Andrea Orcel spostava l'attenzione sulla tedesca Commerzbank e costruiva nel frattempo una posizione azionaria in Generali, oggi vicina al 9%. Parallelamente, Crédit Agricole portava la propria quota in Banco BPM al 20%, complicando ulteriormente lo scenario.
Lovaglio era stato rimosso dal Consiglio uscente di MPS meno di un mese prima del suo reintegro, a causa di divergenze strategiche che comprendevano proprio il destino della partecipazione in Generali. Il suo ritorno è avvenuto anche con il sostegno di Banco BPM. Il governo, che detiene ancora una piccola quota in MPS, si è astenuto dal voto, segnalando di non opporsi al ritorno dell'Amministratore delegato. Secondo le stesse fonti, Roma non ha abbandonato il progetto originario di combinare i due istituti.
Generali, partita strategica tra interessi nazionali e vincoli di mercato
Al centro dell'intera architettura finanziaria c'è la quota in Generali, che il Financial Times descrive come un asset considerato strategico dal governo italiano. Generali è uno dei maggiori investitori di lungo periodo nel debito sovrano italiano, e la sua governance è da tempo oggetto di attenzione politica. Non è un caso che il governo Meloni avesse già ostacolato la joint venture dell'assicuratore nel risparmio gestito con la francese Natixis, temendo che la struttura dell'accordo avrebbe consegnato alla controparte d'Oltralpe un'influenza eccessiva, indebolendo il ruolo di Generali come stabilizzatore del mercato dei BTP.
Secondo il FT, Lovaglio intende cedere la partecipazione a investitori italiani di lungo periodo, in modo da "mettere al sicuro" la quota prima di procedere con la fusione con Banco BPM. L'operazione avrebbe anche un effetto diretto sulla capacità negoziale di MPS: i proventi della cessione permetterebbero di offrire un premio più consistente agli azionisti di Banco BPM, rendendo l'operazione più appetibile.
I nomi che circolano come potenziali acquirenti sono quelli di Intesa Sanpaolo e UniCredit, i due istituti più solidi del panorama italiano. Entrambi presentano, tuttavia, ostacoli rilevanti. UniCredit è impegnata nella battaglia per il controllo di Commerzbank in Germania, una partita che assorbe risorse e attenzione manageriale.
Intesa Sanpaolo è già la prima banca italiana per dimensioni e detiene la più grande rete assicurativa vita del Paese: un'acquisizione di quote rilevanti in Generali potrebbe sollevare questioni Antitrust di non facile soluzione. Il suo Amministratore delegato ha peraltro escluso pubblicamente l'interesse a rilevare partecipazioni di minoranza.
Sul tavolo resterebbe anche una terza ipotesi, riferita da due fonti al quotidiano britannico: distribuire la quota in Generali direttamente agli azionisti di MPS sotto forma di dividendo straordinario, aggirando così le complessità di una vendita sul mercato o a un singolo acquirente istituzionale.
MPS smentisce il Financial Times: "concentrati su Mediobanca"
A poche ore dalla pubblicazione dell'articolo del Financial Times, è arrivata una secca smentita da parte dell'istituto di Siena. Secondo quanto riportato dall'agenzia Reuters, MPS ha dichiarato di non stare valutando la vendita della propria partecipazione in Generali, precisando di essere interamente concentrata sull'integrazione di Mediobanca all'interno del gruppo.
La smentita non chiude il dibattito, ma ne ridimensiona la portata nell'immediato. È prassi consolidata che le banche non commentino indiscrezioni su operazioni straordinarie in corso di valutazione, e la nettezza della replica potrebbe riflettere tanto l'assenza di un piano definito quanto la necessità di non bruciare sul nascere una trattativa ancora in fase embrionale.
Il quadro che emerge resta comunque quello di un istituto in piena transizione strategica, con un Amministratore delegato che ha appena riconquistato la guida della banca in circostanze insolite e che si trova a gestire simultaneamente l'integrazione di Mediobanca, le aspirazioni su Banco BPM e il nodo di una partecipazione miliardaria in uno dei più importanti gruppi assicurativi europei. Sullo sfondo, un governo che continua a considerare Generali un presidio dell'interesse nazionale e che osserva con attenzione ogni mossa che potrebbe alterarne l'assetto.
Per il momento, l'unica certezza è che le fusioni bancarie italiane restano il cantiere più movimentato della finanza europea, e che Banca MPS, con Luigi Lovaglio di nuovo al timone, è tornata a occuparne il centro.