Il blocco che venerdì ha paralizzato le piattaforme del CME Group, dal forex ai futures su materie prime, Treasury e azioni, ha riportato sotto i riflettori un rischio spesso sottovalutato: l’inaffidabilità, talvolta brutale, delle infrastrutture di mercato (CME blocca il trading dei futures per un guasto al data center).
L’interruzione, scattata nelle prime ore di contrattazione asiatiche e in gran parte risolta entro la mattinata statunitense, è stata giudicata dagli operatori come una delle più gravi e prolungate degli ultimi anni per il colosso dei derivati di Chicago.
Non è un episodio isolato, ma l’ultimo capitolo di una lunga storia di blackout, glitch e incidenti improbabili che, con l’evoluzione dai floor alle piattaforme elettroniche ultra‑veloci, hanno progressivamente minato la percezione di infallibilità delle Borse.
Dalle vulnerabilità software ai guasti hardware, fino ai cyberattacchi e persino agli “assalti” della fauna locale alle infrastrutture elettriche, la casistica di eventi in grado di fermare gli scambi dimostra che la complessità dei mercati moderni rende il rischio operativo un fattore sistemico.
Borse KO: la lunga scia dei blackout globali
Negli ultimi anni, una serie di interruzioni ha scandito la cronaca dei mercati. Nell’agosto 2024, la Borsa di Mosca è rimasta ferma per oltre un’ora, mentre a fine luglio la svizzera SIX ha subito uno dei suoi stop più gravi, con un guasto tecnico che ha paralizzato per ore le negoziazioni su azioni, bond e fondi. Poche settimane prima, un disservizio sui dati e servizi di LSEG Group aveva contribuito a una giornata di forti perturbazioni, in un contesto già complicato da un più ampio incidente tecnologico globale.
Anche i principali mercati non sono immuni. A giugno 2024, un’anomalia al New York Stock Exchange ha prodotto violente oscillazioni su titoli come Berkshire Hathaway e Barrick Gold, oltre a sospensioni su decine di azioni. Nell’ottobre 2023, la Borsa di Londra è stata costretta a bloccare le contrattazioni dei titoli minori britannici, pur mantenendo operativi i listini delle blue chip, mentre nel 2021 Euronext ha dovuto sospendere per quasi quattro ore i derivati sugli indici per un problema tecnico paneuropeo.
Nel 2020 la Borsa di Tokyo ha registrato il peggior blackout della sua storia per un guasto hardware, in Nuova Zelanda sono stati registrati quattro giorni consecutivi di stop per attacchi informatici, e la piattaforma Xetra di Deutsche Boerse ha dovuto interrompere le negoziazioni per un malfunzionamento software, il secondo in pochi mesi.
Nello stesso anno, Mosca ha sospeso gli scambi per un errore software, il gruppo TMX in Canada ha vissuto la seconda grande interruzione in meno di due anni, e gli indici STOXX gestiti da Qontigo hanno aperto con oltre un’ora di ritardo per problemi di input dati.
Dai flash crash agli scoiattoli
Tra il 2019 e il 2016, i mercati nordici e baltici di Nasdaq hanno subito ripetuti blocchi per problemi di connettività, mentre a Singapore la Borsa ha dovuto sospendere gli scambi per l’intera seconda parte di una seduta a causa della duplicazione dei messaggi di conferma delle operazioni.
Nel 2015 il NYSE ha interrotto le contrattazioni per ore per un problema tecnico interno, e un guasto al NYSE Arca ha reso temporaneamente non negoziabili alcuni tra gli ETF più scambiati, con esecuzioni pagate dagli investitori oltre quanto atteso.
Alcuni episodi hanno segnato un’epoca. A maggio 2012, l’IPO da 16 miliardi di dollari di Facebook sul Nasdaq fu funestata da problemi tecnici, che ritardarono l’apertura e lasciarono per ore i trader nell’incertezza sull’esito degli ordini, causando perdite significative a varie controparti. Pochi mesi prima, Bats Global Markets era stata costretta ad annullare la propria IPO, quotata sulla propria piattaforma, dopo una catena di errori legati a un bug software, mentre nel 2013 un malfunzionamento aveva bloccato per ore la negoziazione di tutti i titoli sul listino Nasdaq.
E poi c’è il 6 maggio 2010, il “flash crash”: una combinazione di condizioni di mercato instabili e di un ordine di vendita massiccio e aggressivo su un popolare contratto a termine provocò un crollo fulmineo della media industriale Dow Jones di oltre 1.000 punti, con una vaporizzazione temporanea di quasi 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione.
Ancora più indietro, nel 1994, uno scoiattolo rosicchiò una linea elettrica a Trumbull, nel Connecticut, riuscì a fermare per oltre mezz’ora i server del Nasdaq, replicando un incidente quasi identico del 1987 che aveva bloccato le contrattazioni per circa un’ora e mezza. A volte non serve un hacker, un bug o un glitch per mettere in ginocchio un’infrastruttura finanziaria globale, basta un roditore.