Mancano due settimane alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, le Midterm, e i mercati delle previsioni hanno già un favorito: al 19 ottobre la piattaforma Kalshi assegnava ai democratici il 90% di probabilità di conquistare la Camera e il 63% di prendere anche il Senato. Per il dollaro, però, il risultato più atteso è anche quello che conta meno.
Secondo un’analisi di ING del 15 ottobre, un Congresso diviso è già nei prezzi e una vittoria democratica piena potrebbe portare una lieve debolezza della valuta americana. Lo scenario che potrebbe muovere davvero il cambio euro-dollaro è quello a cui il mercato crede meno: la conferma della maggioranza repubblicana in entrambe le Camere, a cui Polymarket dava il 9% di probabilità.
Cosa si vota alle Midterm del 3 novembre?
Martedì 3 novembre 2026 gli americani rinnovano tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. Il voto non cambia il presidente, ma decide quanto Donald Trump potrà governare con le leggi del Congresso negli ultimi due anni del mandato.
Secondo i conteggi di ING aggiornati al 15 ottobre, i repubblicani controllano entrambe le Camere: 219 seggi contro 214 alla Camera, con 2 seggi vacanti, e 53 contro 45 al Senato, dove 2 indipendenti votano con i democratici. Per prendere il Senato, i democratici devono strappare 4 dei 22 seggi repubblicani in palio e tenere tutti i 13 seggi loro.
I sondaggi spiegano perché i mercati delle previsioni pendono da una parte: secondo la media di Silver Bulletin, al 19 ottobre i democratici erano avanti di 8,9 punti nelle intenzioni di voto per il Congresso. ING indica tra le cause il costo della vita, legato al prezzo dei carburanti e alla guerra con l’Iran, i timori per l’effetto dell’intelligenza artificiale sul lavoro e il consenso del presidente, sceso ai minimi.
Midterm e dollaro: perché il risultato più probabile pesa poco?
Il risultato più probabile pesa poco perché il mercato lo ha già scontato. Un cambio si muove quando cambia quello che gli investitori si aspettano, non quando arriva un risultato già previsto: Polymarket, il 19 ottobre, dava il 63% a una vittoria democratica in entrambe le Camere e il 28% a una Camera democratica con il Senato ai repubblicani.
Su quest’ultimo caso ING è esplicita: “il dollaro sconta in larga parte questo scenario”. L’attenzione resterebbe sull’inflazione alta e su una Fed intenzionata ad alzare i tassi almeno un’altra volta; il rischio, per gli esperti della banca olandese, arriverebbe dopo, con uno scontro sul tetto del debito verso l’estate 2027 che potrebbe bloccare a lungo la spesa federale e pesare sul dollaro nella seconda metà dell’anno.
Anche una vittoria democratica in entrambe le Camere cambierebbe poco: ING vede possibile una lieve debolezza del dollaro, con democratici più decisi a contrastare la deregolamentazione e l’espansione dell’intelligenza artificiale.
“Già nei prezzi” non necessariamente significa immobile. L’ultimo precedente utile è il voto del 6 novembre 2018, con Trump alla Casa Bianca come oggi: i democratici conquistarono la Camera e i repubblicani tennero il Senato, come previsto. Il giorno dopo l’indice del dollaro scese dello 0,42% e l’euro salì dello 0,35% a 1,1466 dollari perché il mercato lesse il Congresso diviso come la fine dei nuovi tagli delle tasse.
Quale risultato farebbe salire il dollaro?
Il risultato che farebbe salire il dollaro è la conferma repubblicana di Camera e Senato. È lo scenario meno probabile, ma per ING è il più favorevole alla valuta americana, perché unirebbe una politica di bilancio più espansiva a una politica monetaria più restrittiva. Più deficit pubblico significa più titoli di Stato da vendere e più pressione sui prezzi; se la Fed risponde alzando i tassi, i rendimenti americani salgono e attirano capitali dall’estero, che per comprare titoli americani devono prima comprare dollari.
In questo scenario ING vede il rendimento del Treasury decennale sopra il 5,5% e una pressione sulle valute dei Paesi emergenti e, forse, anche sull’euro, attraverso i titoli di Stato francesi. Per chi investe dall’Italia è il punto più delicato: la moneta unica sconta già le tensioni sul debito francese, con lo spread tra titoli di Stato francesi e tedeschi a 10 anni salito a 144 punti base il 19 ottobre.
Come sono posizionati gli speculatori sull’euro-dollaro?
Gli speculatori sono già schierati con il dollaro. Secondo il report COT elaborato da Forecaster.biz, con le posizioni al 13 ottobre, gli operatori non commerciali, la parte speculativa del mercato dei future, sono venditori netti di euro per circa il 16% dei contratti aperti: il livello più basso degli ultimi cinque anni, dopo una posizione netta rialzista intorno al 18% a inizio 2026. I fondi a leva, la loro componente più attiva, sono anch’essi corti, intorno al -8%.
Un mercato così affollato da una parte sola si presta a due letture. Conferma la scommessa su un euro debole, ma vuol dire anche che molti hanno già venduto: sullo stesso grafico, l’ultimo minimo profondo dei non commerciali, a fine 2024 (circa -11,5%), anticipò di poche settimane il punto più basso del cambio, in area 1,02 a gennaio 2025, prima di una forte risalita. Il Market Mood Meter di Forecaster.biz, che misura su una scala da -100 a +100 quanto un cambio è ipercomprato o ipervenduto, segnava -58,5 sull’euro-dollaro al 20 ottobre, in territorio di ipervenduto.
Quali date guardare prima del voto?
Prima delle urne arrivano le Banche centrali. La Fed, che il 16 settembre ha alzato i tassi per la prima volta dal 2023 portandoli al 3,75-4%, decide mercoledì 28 ottobre alle 14 di New York, le 19 italiane; giovedì 29 ottobre alle 14:15 italiane tocca alla BCE, con il tasso sui depositi al 2,50% dal rialzo del 10 settembre.
Per il dollaro, la Fed rischia di contare più del Congresso. “I mercati sembrano avere in mente una funzione di reazione chiara: le turbolenze in Borsa bastano a ridurre drasticamente i piani di stretta della Fed, anche con l’inflazione alta”, ha detto Francesco Pesole, strategist valutario di ING, in dichiarazioni riportate da Reuters il 19 ottobre.
Poi, il 3 novembre, il mercato avrà una domanda sola: i repubblicani hanno tenuto Camera e Senato? Con il 9% assegnato da Polymarket, è la sorpresa che potrebbe muovere il cambio.