Ci sono giornate in cui i mercati mettono in fila tre segnali che, singolarmente, direbbero poco, ma insieme raccontano una storia. Per il Bitcoin è successo proprio in questi giorni. Il prezzo, sceso in area 60.000-63.000 dollari, è tornato a contatto con la sua media mobile a 200 settimane, la linea che negli ultimi tre cicli ha segnato ogni grande fondo di mercato. Nella stessa settimana, Michael Saylor e la sua Strategy hanno realizzato la più grande vendita di Bitcoin della loro storia. E, sullo sfondo, un dato che pochi guardano: a questi prezzi minare Bitcoin è diventato, per una fetta importante degli operatori, un'attività in perdita.
Prezzo Bitcoin: la linea che ha sempre segnato i fondi
Per capire perché la media a 200 settimane fa notizia bisogna partire dalla struttura del Bitcoin. Il suo ciclo dura circa quattro anni, e non per caso: ogni 210.000 blocchi, che si formano di media ogni dieci minuti, scatta l'halving (Halving Bitcoin: cos’è e come funziona), il dimezzamento della ricompensa distribuita ai miner. Meno nuove monete emesse, a parità di domanda, hanno storicamente accompagnato le grandi fasi rialziste. L'ultimo halving è avvenuto nella primavera del 2024, il prossimo è atteso intorno al 2028.
Fonte: Coinglass
La media mobile a 200 settimane non è altro che il prezzo medio degli ultimi quasi quattro anni. Proprio perché copre un ciclo intero, smussa il rumore di breve periodo e restituisce una sorta di valore di fondo di lungo termine. Il dato interessante, verificabile sui grafici storici, è che in ogni grande mercato orso il prezzo è sceso fino a toccare quella media, o poco sotto, per poi ripartire: è accaduto nel 2015, nel 2018-2019 e nel 2022. Oggi quella linea viaggia intorno ai 59.000-61.000 dollari ed è in salita, e il prezzo ci è arrivato di nuovo a ridosso, in una fase in cui l'indice Fear & Greed del comparto cripto segna 23, cioè paura estrema.
Va però ricordato, senza indulgere nella mistica del grafico, che il ciclo di quattro anni è una regolarità osservata sul passato, non una legge fisica: bastano tre cicli per costruire una narrazione, non per dimostrare una legge. Con l'ingresso degli ETF spot, degli investitori istituzionali e delle società che detengono Bitcoin in tesoreria, la struttura del mercato è profondamente diversa da quella del 2018. La media a 200 settimane resta un ottimo riferimento storico, non una garanzia.
Saylor vende: il modello Strategy sotto pressione
È in questo contesto che arriva la notizia più rilevante. Strategy, la società che ha reso celebre il modello della tesoreria in Bitcoin e il cui fondatore Michael Saylor ha fatto del "non vendere mai" un mantra, ha venduto Bitcoin per la prima volta in modo consistente. Secondo i dati riportati da CoinDesk e Fortune, nella settimana chiusa il 6 luglio la società ha ceduto circa 3.588 Bitcoin per circa 216 milioni di dollari, a un prezzo intorno ai 60.000. È la più grande liquidazione in sei anni di accumulo.
Dopo la vendita, Strategy detiene ancora 843.775 Bitcoin, una posizione enorme. Ma comprati a un prezzo medio di carico di 75.476 dollari: con le quotazioni attuali, sul valore di mercato la società è in perdita sulle proprie monete. La motivazione ufficiale non è una perdita di fede, bensì un bisogno di liquidità in dollari: i proventi servono a pagare le cedole delle azioni privilegiate e a ricostituire la riserva in valuta, scesa a 2,55 miliardi.
Il 29 giugno la società ha adottato un nuovo quadro finanziario, annunciando che potrà vendere fino a 1,25 miliardi di dollari in Bitcoin se necessario. Lo stesso Saylor ha precisato che il suo "non vendere mai" era un consiglio ai singoli risparmiatori, non un impegno sulla gestione della tesoreria aziendale. Un distinguo legittimo, ma il messaggio che arriva al mercato quando il principale sostenitore del comparto vende in fase di debolezza resta pesante.
Il rischio sistemico che pochi vogliono nominare
Il caso Strategy non è più soltanto una questione aziendale. Il modello di Saylor funzionava come una macchina quasi perfetta finché il prezzo saliva: l'azione trattava sopra il valore dei Bitcoin detenuti, un premio misurato dal cosiddetto mNAV, cioè il rapporto tra capitalizzazione di Borsa e valore del Bitcoin in cassa. Con l'mNAV sopra 1, la società poteva emettere nuove azioni a premio, usare quei capitali per comprare altro Bitcoin e far salire il valore per azione, alimentando un volano.
Il problema è quando il volano gira al contrario. Con il calo delle quotazioni, l'mNAV di Strategy è sceso sotto 1: l'azione oggi vale meno dei Bitcoin che la società possiede. In questo scenario emettere nuove azioni distrugge valore invece di crearlo, la macchina si inceppa e, per fare cassa, l'unica leva che resta è vendere Bitcoin. Da qui il timore che alcuni analisti definiscono "doom loop". A questo si aggiunge un rischio tecnico segnalato da JP Morgan: l'eventuale esclusione da alcuni indici azionari potrebbe innescare vendite forzate dai fondi passivi stimate fino a quasi 9 miliardi di dollari, per puro ribilanciamento automatico.
È giusto, però, ridimensionare gli allarmismi. Lo scenario più estremo, quello di vendite forzate innescate dai covenant sul debito, scatterebbe secondo le analisi solo con il Bitcoin a livelli lontanissimi dagli attuali, sotto gli 8.000 dollari. Il crollo a catena in stile 2008 resta quindi una coda di rischio, non lo scenario centrale. Il punto realmente nuovo è un altro: è cambiato chi sta in cima al mercato. Dove un tempo dominavano investitori di lungo periodo che compravano e detenevano, oggi c'è una società quotata, indebitata e con cedole da onorare, che in caso di necessità vende a prescindere dalle convinzioni. È una fragilità strutturale che nei cicli precedenti non esisteva.
Sotto il costo di produzione
L'ultimo tassello è forse il più sottovalutato: quanto costa produrre un Bitcoin. Un modello recente ripreso da CryptoSlate, riferito a un operatore statunitense tipo con macchine di ultima generazione e un costo dell'elettricità industriale del Texas pari a circa 0,0667 dollari per kilowattora, colloca il punto di pareggio sulla sola energia intorno ai 64.600 dollari per Bitcoin. Aggiungendo costi operativi e ammortamento delle macchine, il costo tutto compreso sale fino a circa 114.000 dollari. Altre stime di settore indicano un costo medio di produzione intorno ai 77.000 dollari, con l'all-in oltre i 100.000: numeri diversi perché dipendono dal prezzo dell'energia e dalle macchine, ma tutti nella stessa direzione.
Con il Bitcoin intorno ai 60.000 dollari, per una parte consistente dei miner industriali americani l'attività è dunque in perdita non solo sul conto economico completo, ma in alcuni casi persino sulla sola bolletta elettrica. Il miner in perdita ha due sole opzioni: spegnere le macchine, riducendo la potenza di calcolo della rete, oppure vendere le proprie riserve per sopravvivere. In entrambi i casi si genera pressione.
Storicamente, le fasi in cui il prezzo scende sotto il costo di produzione hanno coinciso con la capitolazione dei miner più deboli, un aumento dell'offerta nel breve e, solo in seguito, la formazione di un fondo. È lo stesso punto del ciclo indicato dalla media a 200 settimane, osservato da un'altra angolatura.
Questi dati fanno riferimento alla media dei prezzi americani, in altri paesi il costo energetico è molto più basso.
Cosa guardare adesso
I tre segnali convergono sullo stesso quadro: un mercato appoggiato sul supporto di lungo periodo, con il principale detentore costretto a vendere e con i produttori sotto costo. Nulla di questo dice se sia il momento di comprare o vendere, e non sarebbe onesto pretenderlo. Ma indica dove guardare nelle prossime settimane: la tenuta della media a 200 settimane sulla chiusura settimanale, le prossime mosse di Strategy sul suo miliardo e mezzo di potenziali vendite, e l'andamento della potenza di calcolo della rete, che segnala se e quanto i miner stiano capitolando.
Sarà davvero questo il nuovo bottom per il Bitcoin?
Disclaimer: File MadMar.