I rendimenti dei titoli di Stato USA continuano a salire mentre la guerra in Medio Oriente non dà alcun cenno di de-escalation. Un segnale allarmante proviene dall'ICE BofA MOVE Index, un indicatore che misura la volatilità dei Treasury americani e che viene definito "il termometro della paura" del mercato obbligazionario. L'indice è salito al livello più alto dal mese di giugno, mentre le obbligazioni a 10 anni rendono circa il 4,28%.
La volatilità è conseguenza delle aspettative degli investitori sull'arrivo di una stagflazione a causa del rally incontenibile dei prezzi del petrolio. Da quando è scoppiata la guerra tra gli Stati Uniti e l'Iran alla fine di febbraio, il Brent ha superato i 100 dollari al barile e il timore è che ci sia ancora molto spazio di risalita. Dopo l'invasione russa dell'Ucraina nel 2022, il greggio si era fermato in prossimità dei 140 dollari, ma Teheran minaccia che questa volta potrebbe arrivare a 200 dollari con lo Stretto di Hormuz chiuso.
La nuova guida suprema dell'Iran, Mojtaba Khamenei, figlio dell'ayatollah ucciso Ali Khamenei, ha dichiarato che il canale da cui transita un quinto del petrolio trasportato a livello mondiale resterà bloccato finché non cesseranno i bombardamenti statunitensi e israeliani. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha invece ribadito che la guerra finirà solo quando lo decideranno gli USA. A poco è valsa la mossa dell'Agenzia Internazionale dell'Energia di liberare le scorte strategiche di petrolio come mai si è visto prima e quella americana di autorizzare l'acquisto di 19 milioni di barili russi.
Il punto è che i titoli di Stato USA non stanno più funzionando come tradizionale bene rifugio e la volatilità è esplosa. "Come investitori obbligazionari dobbiamo iniziare a ragionare in termini di stagflazione, che crea sempre un'enorme quantità di incertezza", ha affermato Jack McIntyre, gestore di portafoglio presso Brandywine Global Investment Management. "Per questo ho bisogno di essere compensato anche dal punto di vista della volatilità".
Titoli di Stato USA: le preoccupazioni sui tassi
Le paure di un ritorno violento dell'inflazione hanno ridotto le aspettative di ulteriori tagli dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, dopo quelli effettuati lo scorso anno. Anzi, ora i trader scontano che la banca centrale statunitense possa intervenire con una stretta per frenare un aumento dei prezzi al consumo. Trump ha rinnovato la sua richiesta al presidente della Fed, Jerome Powell, di tagliare i tassi, ma al momento le sue parole sembrano cadere nel vuoto, visti i rischi inflazionistici.
"Se la situazione continuerà a peggiorare, le preoccupazioni per l'inflazione rafforzeranno ulteriormente l'aspettativa che la Fed mantenga i tassi più alti più a lungo", ha affermato Alyce Andres, strategist di Markets Live.
Inoltre, c'è da considerare anche l'elevato deficit statunitense, che mette pressione ai titoli di Stato, soprattutto in un contesto di tensioni molto elevate. "Qualsiasi tensione geopolitica prolungata e la limitata visibilità sulle prospettive future potrebbero aggiungere ulteriore pressione alla posizione fiscale degli Stati Uniti, creando nuove preoccupazioni", ha sottolineato Marcella Chow, global market strategist di JP Morgan Asset Management.
Alla luce di tutto questo, il rischio che la volatilità resti a livelli elevati è molto concreto, come spiega il Chief strategist per il reddito fisso di Morgan Stanley, Vishwanath Tirupattur. "Data la gamma di incertezze che stiamo affrontando, penso che la volatilità resterà elevata per un periodo considerevole", ha dichiarato.