La settimana di trading sul mercato del petrolio è stata a dir poco turbolenta. I prezzi del Brent hanno superato i 90 dollari al barile, alimentando le preoccupazioni che una nuova crisi energetica sia alle porte. Lo slancio è arrivato dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha avvertito che non ci sarà alcun accordo con l’Iran se non la “resa incondizionata”. Dopo questo passo, si procederà alla nomina di un leader.
Tutte le voci secondo cui il figlio dell’ayatollah ucciso durante i raid aerei della scorsa settimana, Ali Khamenei, possa prendere il potere sono state assolutamente respinte dal capo della Casa Bianca, secondo cui saranno gli Stati Uniti a decidere sul successore.
Petrolio: il Qatar avverte che potrebbe arrivare a 150 dollari
Nel frattempo lo Stretto di Hormuz è paralizzato. Il canale marittimo, condiviso da Iran e Oman, da cui transita circa un quinto del petrolio e del gas a livello globale, è di fatto impedito al passaggio delle navi americane, europee, asiatiche e dei Paesi del Golfo alleati. Nei giorni scorsi alcune navi sono state oggetto di attacchi militari iraniani e, finora, a poco sono valse le rassicurazioni di Trump di scortarle durante il passaggio.
Stretto di Hormuz. Elaborazione: Gemini
Di conseguenza, alcune aziende petrolifere hanno dovuto interrompere la produzione. Il rischio è che la paralisi possa protrarsi a lungo, contraendo l’offerta di petrolio e facendo impennare ulteriormente i prezzi. In un’intervista al Financial Times, il ministro dell’Energia del Qatar, Saad al-Kaabi, ha dichiarato che, se le petroliere non riuscissero a transitare nello Stretto di Hormuz, il prezzo del greggio potrebbe raggiungere i 150 dollari al barile nelle prossime settimane.
Uno scenario che ricorda molto il 2022, quando le quotazioni si avvicinarono a quella soglia in seguito all'invasione russa dell'Ucraina, scatenando l’inflazione più aggressiva degli ultimi quattro decenni. Un tale scenario potrebbe “far crollare le economie del mondo”, ha detto il ministro.
Lo spauracchio dell’inflazione
L’andamento del prezzo del petrolio è molto importante per l’inflazione globale, fortemente influenzata dalla componente energetica. La recente crisi energetica ha costretto le Banche centrali a intervenire con pesanti rialzi dei tassi di interesse, con l’effetto di colpire la crescita economica e i mercati finanziari.
È possibile quindi che anche questa volta si ripeta lo stesso canovaccio. Lo shock per i mercati potrebbe essere persino più rilevante, dal momento che la Federal Reserve si trova nel pieno del ciclo di tagli dei tassi di interesse per rilanciare la crescita e l’occupazione negli Stati Uniti.
Tuttavia, secondo Atakan Bakiskan, capo economista per gli Stati Uniti presso Berenberg, l’aumento dei prezzi dell’energia potrebbe avere un effetto inatteso sull’inflazione. In sostanza, “contrariamente a quanto si pensi, prezzi energetici più alti potrebbero essere deflazionistici per gli Stati Uniti”, ha dichiarato.
Questo perché, sebbene il rincaro energetico da un lato spinga verso l’alto l’inflazione, dall’altro riduce il potere d’acquisto dei consumatori e peggiora la fiducia economica. In termini pratici, per pagare la benzina più cara i consumatori americani tagliano la spesa su altri beni, riducendo così la domanda e raffreddando potenzialmente l’inflazione core.