Può sembrare provocatorio il titolo di questo articolo, anche perché storicamente la correlazione tra i REITS e i tassi di interesse è positiva. Ma stavolta è diverso e nell’ultimo mese, assieme alle Borse americane ed emergenti, poco dietro al tema growth, ci sono proprio loro, i REITS (Real Estate Investment Trust).
Facendo parte del drappello dei cosiddetti investimenti alternativi, questa costola del mercato immobiliare è reduce da anni di profonde delusioni proprio a causa delle politiche di rialzo dei tassi messo in campo dalle principali Banche centrali dopo il Covid.
A differenza di asset class alternative come oro e commodity in genere, i REITS non hanno saputo offrire quel contributo di diversificazione atteso dagli investitori. Una mancanza che trovava nel costo del denaro, ma anche nei tassi a lunga scadenza sui quali vengono parametrati i mutui, fattori frenanti con la conseguenza di una domanda sul mercato immobiliare più fiacca.
REITS: i segnali bullish non sono da sottovalutare
Negli ultimi mesi è però accaduto quello che non ci si aspettava. I tassi a lunga sono risaliti, al 4,5% in America sulla scadenza decennale, ben oltre il 3% in Germania, sopra il 5% in UK. La causa è il ritorno di fiamma dell’inflazione che rischia di persistere a causa della guerra in Medio Oriente con i relativi rincari energetici.
L’ETF di iShares Developed Markets Property Yield nei primi mesi del 2026 ha raccolto una performance (+10%) identica a quella totale degli ultimi 5 anni. Una vitalità confermata anche a livello grafico.

Tenendo presente che l’ETF è a distribuzione di dividendi e che il grafico mostra solo la variazione del prezzo, gli amanti dall’analisi tecnica noteranno subito come sia in corso il tentativo di un break della resistenza che unisce i massimi decrescenti del 2022, 2024 e infine 2026. A questi massimi si sono sommati i minimi crescenti partiti dalla pandemia. Solitamente la via di uscita di figure di questo tipo arriva attorno ai tre quarti dello sviluppo complessivo. E quel momento sembra essere arrivato.
Uno sfondamento del prezzo verso l’alto troverebbe solo i massimi del 2024 a fare da ultimo scoglio prima dei massimi assoluti.
Considerando che i rendimenti americani sui tratti più lunghi della curva oscillano tra il 4,5% e il 5% e che la FED del neo Governatore Warsh non abbasserà i tassi nel 2026 salvo recessione economica, la lecita domanda è cosa potrebbe far scattare il rally di uno degli ETF più generosi quanto a dividendi (3% nell’ultimo anno).
Non ho una risposta anche perché sono stupito della partenza bruciante del 2026 ed è per questo che preferisco sempre gettare un occhio attento anche all’analisi tecnica. E i segnali bullish non andrebbero mai sottovaluti, soprattutto in questo momento.