OpenAI ha avuto la meglio su Elon Musk. Secondo la giuria federale di Oakland, in California, la causa presentata dal capo di Tesla contro la startup di intelligenza artificiale, accusata di essersi allontanata dalla sua missione originaria, è stata presentata troppo tardi. In sostanza, è scattato lo "statute of limitations", ovvero la prescrizione. Negli Stati Uniti, ogni tipo di causa deve essere avviata entro un certo numero di anni dal momento in cui una persona scopre, o avrebbe dovuto scoprire, il presunto illecito.
Nello specifico, Musk sosteneva che OpenAI avesse tradito la sua missione originaria di organizzazione no-profit, nata per sviluppare e diffondere l’intelligenza artificiale a beneficio dell’umanità, imboccando invece una strada guidata da mere logiche di profitto. Tuttavia, la giuria ha accolto la tesi di OpenAI, secondo cui Musk sapeva già da anni che l’azienda stava diventando sempre più commerciale e orientata al guadagno. Gli avvocati di OpenAI hanno sostenuto che l’imprenditore miliardario avesse tre anni di tempo per intentare causa, ma che il ricorso presentato nell’agosto 2024 fosse tardivo, poiché Musk era già da tempo a conoscenza dei piani di crescita della società.
Il verdetto della giuria, emesso in meno di due ore dopo un processo durato tre settimane, è stato unanime. La prescrizione, tuttavia, non cancella il danno reputazionale subito dall’Amministratore delegato di OpenAI, Sam Altman, che durante il dibattimento è stato definito un "bugiardo" da diversi testimoni.
Verdetto OpenAI: la reazione di Elon Musk
OpenAI è stata fondata nel 2015 da Altman, Musk e altri imprenditori. Musk ha però lasciato il Consiglio di amministrazione nel 2018 e, l’anno successivo, OpenAI ha creato una divisione a scopo di lucro. Dopo l’uscita dalla società, l’uomo più ricco del mondo (Chi è l’uomo più ricco del mondo a fine aprile 2026?) ha fondato la propria startup di intelligenza artificiale, xAI, oggi integrata nella sua azienda aerospaziale e satellitare SpaceX.
Nella sua causa, Musk ha accusato OpenAI e i suoi vertici, il CEO Sam Altman e il presidente Greg Brockman, di averlo manipolato affinché donasse 38 milioni di dollari, salvo poi creare una struttura finalizzata al profitto e accettare miliardi di dollari da Microsoft e altri investitori. "Altman e Brockman si sono effettivamente arricchiti rubando una beneficenza. L’unica domanda è QUANDO lo hanno fatto!", ha scritto Musk su X dopo il verdetto. "Creare un precedente che consenta di saccheggiare enti benefici è incredibilmente distruttivo per le donazioni negli Stati Uniti".
In ogni caso, Musk ha dichiarato che presenterà appello, anche se il giudice distrettuale Yvonne Gonzalez Rogers ha affermato in aula che un ricorso potrebbe avere poche possibilità di successo, poiché la prescrizione costituisce un motivo sufficiente per respingere immediatamente il caso.
OpenAI: via libera per l’IPO?
Archiviata la causa con Musk, OpenAI potrebbe ora avere la strada spianata verso una possibile IPO a Wall Street, che potrebbe attribuirle una valutazione superiore ai 1.000 miliardi di dollari. Da tempo si parla della quotazione della startup, che attualmente è la seconda più grande società privata al mondo dopo SpaceX. Proprio il colosso aerospaziale guidato da Elon Musk dovrebbe debuttare il prossimo mese alla Borsa americana, con una valutazione prevista intorno ai 1.750 miliardi di dollari.
Secondo Dan Ives, analista di Wedbush, l’esito del processo ha eliminato un importante ostacolo a una futura quotazione di OpenAI. "Questa è una grande vittoria per Altman e OpenAI, nonostante i colpi subiti dall’immagine e dalla leadership di Altman", ha dichiarato.