Chi paga i dazi USA? La risposta della Fed | Investire.biz

Chi paga i dazi USA? La risposta della Fed

12 feb 2026 - 17:00

Un nuovo studio della Federal Reserve smentisce la retorica politica: il 90% dei costi dei dazi del 2025 ricade su imprese e consumatori statunitensi

Nel dibattito che infiamma i mercati e la politica commerciale internazionale, la domanda cruciale per gli investitori rimane una sola: chi paga i dazi USA? La retorica politica del secondo mandato di Donald Trump ha costantemente sostenuto che le tariffe, imposte a livelli che non si vedevano dai primi decenni del XX secolo, sarebbero state saldate dai partner commerciali stranieri desiderosi di accedere al mercato americano.

Tuttavia, un’analisi approfondita pubblicata il 12 febbraio 2026 dalla Federal Reserve di New York, intitolata Liberty Street Economics, offre una realtà ben diversa e supportata dai numeri: il conto lo stanno pagando quasi interamente le famiglie e le imprese statunitensi.

 

 

La matematica del "Pass-Through": un conto salato per l'economia USA

Secondo lo studio condotto dagli economisti Mary Amiti, Chris Flanagan, Sebastian Heise e David E. Weinstein, nel corso del 2025 l'aliquota media sui dazi per le importazioni statunitensi è schizzata dal 2,6% al 13%. L'impatto economico di questa manovra è stato immediato e chirurgico.

"I nostri risultati mostrano che la gran parte dell'incidenza tariffaria continua a ricadere sulle imprese e sui consumatori statunitensi", rilevano gli autori del post sul blog della Fed. Nello specifico, i dati indicano che nei primi otto mesi del 2025, ben il 94% dei costi dei dazi è stato trasferito sui prezzi all'importazione, lasciando agli esportatori esteri un onere minimo.

Per comprendere la dinamica, gli analisti della Fed utilizzano il concetto tecnico di "incidenza tariffaria". Se un esportatore estero riducesse i propri prezzi per compensare il dazio, il prezzo finale per l'importatore americano rimarrebbe invariato. Ma i dati mostrano che ciò non è avvenuto in misura significativa.

Come spiegano gli autori: "un dazio del 10% ha causato solo un calo dello 0,6% nei prezzi all'esportazione esteri" nella prima parte dell'anno. Tradotto: le aziende americane hanno dovuto assorbire quasi l'intero aumento dei costi, comprimendo i margini o scaricando i rincari sui clienti finali.

Questa analisi trova conferma anche in studi paralleli. Un report del Kiel Institute tedesco ha rilevato un tasso di trasferimento dei costi ("pass-through") del 96%, mentre il National Bureau of Economic Research (NBER) ha stimato la cifra al 94%. La Tax Foundation, un think-tank apartitico, ha quantificato questo impatto nelle tasche dei cittadini: i dazi USA si sono tradotti in un aumento medio delle tasse sulle famiglie americane pari a 1.000 dollari nel 2025, con una proiezione di 1.300 dollari per il 2026.

 

 

Un leggero sollievo a fine anno

Tuttavia, il quadro delineato dalla Fed non è statico. Verso la fine del 2025, si è notato un leggero cambiamento nelle dinamiche di prezzo, suggerendo che la pressione sugli esportatori esteri sta iniziando a farsi sentire, seppur marginalmente.

"La trasmissione dei dazi ai prezzi all'importazione è diminuita nell'ultima parte dell'anno. Cioè, una quota maggiore dell'incidenza tariffaria è stata sostenuta dagli esportatori esteri entro la fine dell'anno", osservano gli autori dello studio. A novembre 2025, la quota pagata dagli USA è scesa al 86%, rispetto al 94% iniziale. Questo significa che, di fronte al rischio di perdere quote di mercato, alcuni fornitori internazionali hanno iniziato a tagliare i propri listini.

Nonostante il Presidente Trump avesse dichiarato su Truth Social nell'agosto 2025 che "MILIARDI DI DOLLARI, IN GRAN PARTE DA PAESI CHE HANNO APPROFITTATO DEGLI STATI UNITI PER MOLTI ANNI [...] INIZIERANNO A AFFLUIRE NEGLI USA", la realtà operativa è stata riconosciuta anche all'interno della sua stessa amministrazione. È il caso del Segretario al Tesoro Scott Bessent, il quale, come riportato dalle cronache finanziarie, ha dovuto riconoscere che i grandi retailer statunitensi, come Walmart, sono stati colpiti dalla decisione di alzare i prelievi.

Paradossalmente, l'impatto sull'inflazione generale è stato più contenuto di quanto temuto da molti economisti. L'indice dei prezzi al consumo (CPI) è sceso dal 3% di gennaio 2025 al 2,7% di dicembre, suggerendo che le pressioni deflazionistiche altrove nell'economia USA potrebbero aver compensato lo shock tariffario.

 

 

La fuga dalla Cina e la riconfigurazione delle Supply Chain

L'aspetto forse più rilevante per chi investe in azioni globali riguarda la riconfigurazione geografica degli scambi. I dazi di Trump hanno accelerato drasticamente il disaccoppiamento dalla Cina.

Secondo i dati della Fed, la quota della Cina sulle importazioni USA, che aveva già subito un calo dopo i dazi del 2018-2019, è crollata ulteriormente. "Ciò che colpisce è che, nei primi undici mesi del 2025, la quota della Cina nelle importazioni statunitensi è scesa di altri 5 punti percentuali, scivolando sotto il 10%", si legge nel report di Liberty Street Economics.

Chi sta beneficiando di questo vuoto? I dati indicano chiaramente i vincitori: Messico e Vietnam hanno guadagnato le quote di mercato più significative, confermandosi come i nuovi hub manifatturieri preferiti per aggirare le barriere commerciali di Washington. Le aziende americane stanno reagendo attivamente, riorganizzando le catene di approvvigionamento per evitare i beni soggetti alle tariffe più punitive. Come notano gli economisti della Fed, la differenza tra l'aliquota statutaria e quella effettivamente riscossa ha raggiunto il picco ad aprile e maggio, momento in cui "gli importatori si sono allontanati dalle importazioni cinesi per evitare i dazi più elevati".

In conclusione, alla domanda "chi paga i dazi USA?", la risposta dei mercati e dei dati ufficiali è inequivocabile. Nonostante la narrativa politica, il fardello economico del protezionismo del 2025 rimane saldamente sulle spalle del sistema produttivo e delle famiglie a stelle e strisce.

 

 

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