La bolla delle dot-com è passata alla storia come la madre di tutte le bolle a Wall Street (Bolla Dot-com: storia del sogno infranto del nuovo mercato). Mai c'era stato fino ad allora un tale entusiasmo intorno alle aziende di un settore specifico, indipendentemente dal valore effettivo di tali società. Il settore era quello tecnologico, anzi nello specifico di Internet. La rivoluzione del Web aveva incoraggiato una miriade di startup a entrare nell'arena e a quotarsi in Borsa.
Ad alimentare la frenesia c'era la sponsorizzazione di intermediari interessati più che altro al proprio tornaconto economico, senza preoccuparsi di cosa sarebbe successo dopo. Un rapporto di Goldman Sachs dell'epoca affermava che il denaro investito nelle dot-com non era un rischio a lungo termine. I broker online erano un altro elemento critico che contribuiva a gonfiare la bolla. Fare operazioni di acquisto e vendite di azioni era diventato a buon mercato, con le commissioni che si abbassarono decisamente. Quantomeno all'apparenza, perché osservando gli spread denaro-lettera che definiscono quanto è il costo reale di ogni transazione, il vantaggio non era poi così evidente.
Ad ogni modo, la gran parte delle società che finivano per quotarsi non erano redditizie, non avevano indirizzi chiari sulle modalità attraverso cui riuscirci, ma erano sospinte dal tema di fondo che aveva scatenato la follia generale. La mania di Internet aveva portato le valutazioni totalmente fuori controllo e il prezzo da pagare fu altissimo quando la realtà portò tutti quanti sulla terra.
Bolla dot-com: l'ascesa di Cisco Systems
Tra la fine del XX secolo e l'inizio del nuovo millennio, nel settore tecnologico c'era una società che era stata in grado di spodestare l'egemonia di Microsoft. Si trattava di Cisco Systems, azienda americana che vendeva soprattutto infrastrutture hardware di rete. Il suo modello di business era piuttosto statico: le sue installazioni erano progettate per durare anni e dipendevano dai cicli di spesa delle telecomunicazioni. L'ascesa però fu dirompente. I ricavi erano in costante crescita, passando da 2 miliardi di dollari del 1995 a 19 miliardi del 2000.
Gli effetti in Borsa si videro tutti. Il 25 marzo 2000 Cisco raggiunse una capitalizzazione di 579,2 miliardi di dollari, oltrepassando di poco quella di Microsoft. Il problema erano i multipli esagerati. A un certo punto, le azioni scambiavano a circa 200 volte gli utili attesi. Anche se l'azienda fosse riuscita ad accrescere gli utili del 15% all'anno, dopo 10 anni avrebbe avuto ancora multipli ben superiori alla media, pur con prezzi delle azioni stabili.
L'ipotesi di una crescita del 15% ha un significato ben particolare, perché secondo i sondaggi tra gli investitori di allora, una società come Cisco era considerata capace di aumentare i profitti di quella cifra. Tuttavia, facendo due conti, se così fosse, con un tasso di crescita dell'economia americana del 5% annuo, nell'arco di un quarto di secolo la società sarebbe diventata più grande dell'intera economia. Agli investitori questo però importava poco. La febbre della tecnologia rendeva ciechi di fronte alla possibilità di realizzare guadagni irripetibili, ignorando i rischi di ritrovarsi con il cerino in mano.
La catastrofe della New Economy
All'apice del successo, le
azioni Cisco Systems raggiunsero nei primi mesi del 2000 una quotazione di
82 dollari per azione. Da lì in poi, però, la situazione si invertì bruscamente. A scatenare la miccia fu una serie di
bilanci deludenti pubblicati dalle società di quella che ormai veniva definita la New Economy. Gli investitori a quel punto furono assaliti dal dubbio che il mercato si fosse spinto troppo oltre e iniziarono a vendere per paura di perdere i profitti realizzati. Ciò mise in moto una reazione a catena e i mesi successivi furono all'insegna di un sell-off disastroso.
Cisco Systems non solo non si salvò dalla bufera, ma fu tra quelle aziende che subì le perdite più aggressive. Nei due anni successivi, le sue azioni precipitarono a un minimo di 11,04 dollari, registrando un crollo dell'86,5% della loro capitalizzazione di mercato. A differenza della gran parte delle società Internet di quell'epoca, Cisco non scomparve, ma non recuperò più quei fasti del passato e il valore del massimo storico del 2000 a Wall Street. Oggi la società capitalizza più di 50 miliardi di dollari, meno di un decimo di quando era il leader tecnologico più ambito degli Stati Uniti.