Quella di Revolut è una delle storie di fintech più affascinanti degli ultimi anni. Fondata a Londra nel 2015 da Nikolay “Nik” Storonsky e Vlad Yatsenko, Revolut nasce come risposta semplice a un problema reale: rendere più facile e meno costoso gestire il proprio denaro oltre confine. .
Storonsky, ex trader, e Yatsenko, ex ingegnere, condividono un’intuizione potente: la finanza tradizionale è spesso lenta, costosa e poco trasparente. E così, con un piccolo team, creano un’app che permette agli utenti di pagare, trasferire e cambiare valuta con tassi quasi interbancari e molta meno burocrazia rispetto alle banche tradizionali. In breve tempo, ciò che era una soluzione di nicchia diventa un fenomeno globale.
Revolut: i primi passi
Nei primi anni, Revolut si concentra su conti multi‑valuta e carte prepagate che permettono di spendere all’estero senza commissioni esorbitanti. Si tratta di un’esperienza rivoluzionaria per molti viaggiatori e consumatori digitali. Grazie a un’interfaccia elegante e a costi trasparenti, l’app conquista rapidamente centinaia di migliaia di utenti.
Ma i fondatori non si fermano qui. Anno dopo anno, la piattaforma si arricchisce di servizi: pagamenti, trasferimenti internazionali, trading di azioni e criptovalute, assicurazioni digitali, conti per imprese e persino prestiti “buy now pay later”. In pochi anni, Revolut diventa molto più di un’app di cambio valuta: è un vero e proprio ecosistema finanziario digitale che si propone come alternativa moderna alle banche tradizionali.
Revolut: una crescita rapida ma non senza ostacoli
Il primo grande impulso arriva dai numeri rapidamente crescenti: milioni di clienti si iscrivono all’app, e la società amplia la sua presenza geografica fino a servire oltre 65 milioni di utenti in più di 39 Paesi. Anche i ricavi crescono di pari passo: nel 2024 Revolut ha riportato emtrate per circa 3,1 miliardi di sterline di entrate e un utile operativo pari a 1,1 miliardi di utile operativo, segnando anni consecutivi di crescita robusta.
Questa espansione internazionale non è però priva di sfide. In molti mercati Revolut deve confrontarsi con rigidi requisiti regolatori, soprattutto quando cerca di ottenere licenze bancarie complete - un aspetto che in patria, nel Regno Unito, è stato protagonista di lunghe trattative e ritardi.
In questo contesto, la società si è anche trovata a affrontare critiche pubbliche sulla sicurezza, sul servizio clienti e su alcune procedure antiriciclaggio. Tutto ciò ha alimentato dibattiti sulla governance interna e sul modo in cui le fintech globali gestiscono un’utenza così ampia e diversificata.
Revolut: valutazioni, investimenti e mercati privati
Parte del vero “storytelling” di Revolut riguarda la sua valutazione e il modo in cui è cresciuta da startup a fenomeno da decine di miliardi di dollari. Dopo una sequenza di round di investimenti privati nel corso degli anni, l’azienda ha visto il suo
valore stimato spingersi fino a circa 75 miliardi di dollari nella seconda metà del 2025 grazie a una vendita di azioni private che ha coinvolto investitori molto importanti come Coatue, Greenoaks, Dragoneer, Andreessen Horowitz, Franklin Templeton e la divisione venture capital di
Nvidia.
Questa valutazione non è solo numeri, ma riflette la fiducia che gli investitori globali ripongono nella capacità di Revolut di competere con le banche tradizionali, di innovare nei servizi finanziari digitali e di crescere in nuovi mercati come USA, India, Brasile e Medio Oriente. Per molti dipendenti e investitori precoci, queste operazioni di “secondary sale” - cioè la possibilità di vendere parte delle proprie azioni a nuovi investitori - hanno significato la prima vera opportunità di monetizzare il proprio impegno, senza aspettare una quotazione in Borsa.
E l’IPO? I sogni e le esitazioni
Se c’è una domanda che circola da anni, riguarda proprio la IPO di Revolut. Per molti osservatori, l’azienda sembrava destinata a diventare una delle più grandi e attese offerte pubbliche iniziali nel mondo fintech. Tuttavia, la realtà è stata un po’ diversa. Nonostante i piani discussi negli anni passati e varie speculazioni su una possibile quotazione sia a New York che a Londra, Revolut non ha ancora avviato formalmente un processo di IPO. Alcuni dirigenti e investitori hanno suggerito che una quotazione potrebbe avvenire quando il mercato e la società saranno pronti, ma non esiste un calendario preciso o un prospetto depositato ufficialmente presso organi regolatori.
Le motivazioni di questa attesa sono molteplici: dall’incertezza dei mercati pubblici agli ostacoli regolatori nei principali Paesi di attività, fino alle dinamiche interne del fintech. Di norma, le aziende di questo settore preferiscono consolidare il proprio modello di business prima di affrontare la scrutinosa realtà di una Borsa valori. Anche le opportunità di vendere azioni in mercati privati o in operazioni secondarie hanno in qualche modo ridotto la pressione interna per un’IPO immediata, perché offrono già liquidità a dipendenti e investitori non istituzionali.
Ci sono anche voci di una possibile dual listing (una quotazione su più mercati, ad esempio New York e Londra), che potrebbe essere una soluzione per ottenere il meglio da entrambi i mondi. In pratica, Revolut avrebbe maggiore visibilità e accesso a capitali internazionali, pur restando ancorata alle radici europee. Tuttavia, per ora si tratta più di prospettive future che di piani imminenti concreti.