Il tema della diversificazione è uno dei più discussi nel mondo degli investimenti. Molti la considerano una protezione indispensabile, una sorta di rete di sicurezza senza la quale sarebbe troppo rischioso muoversi nei mercati. Ma non tutti gli investitori condividono questa visione. Alcuni osservano che la diversificazione, se applicata in modo eccessivo, può essere un ostacolo più che un vantaggio. Tra le voci più lucide su questo tema c’è quella di Philip Fisher, che ha espresso un punto di vista molto netto: non è necessario possedere decine di titoli per investire con successo. È molto più importante saper scegliere bene che scegliere tanto.
Philip Fisher: la critica alla diversificazione eccessiva
Secondo Fisher, la convinzione che un portafoglio debba contenere un grande numero di titoli per essere sicuro è una falsa percezione di protezione. Molti investitori accumulano azioni non perché le comprendano davvero, ma per paura. Sperano così di bilanciare possibili errori, senza rendersi conto che, aumentando troppo la quantità delle loro partecipazioni, riducono la qualità complessiva dell’investimento.
Fisher osserva che esistono pochissime aziende davvero eccezionali: società capaci di crescere per decenni, sostenute da management di qualità, forti capacità d’innovazione e vantaggi competitivi solidi. Queste realtà sono rare, e individuare anche solo una manciata di esse richiede un lavoro approfondito e continuo.
Tale lavoro consiste in quello che Fisher chiama metodo "scuttlebutt", ossia un'indagine profonda basata sui colloqui con tutti i vari soggetti che fanno parte dell'ecosistema di un'azienda. Quando un investitore inserisce le poche aziende selezionate in un portafoglio molto esteso, finisce per diluirne l’impatto. In pratica, il potenziale delle migliori società viene soffocato dal peso di partecipazioni mediocri o poco studiate.
A suo avviso, la diversificazione spinta diventa un comodo alibi per evitare il vero compito dell’investitore: conoscere a fondo ciò in cui investe. Fisher sostiene che spesso chi diversifica troppo ci riesce solo perché dedicare poco tempo a molte aziende è più semplice che studiarne poche con estrema cura. Ma questa scorciatoia ha un costo: porta a investire in società che non meritano una reale fiducia e che, nel lungo periodo, generano rendimenti inferiori. In sintesi, per Fisher la diversificazione eccessiva non è prudenza, ma superficialità mascherata da cautela.
La logica della concentrazione e della profonda conoscenza
Fisher ritiene che la chiave per investire bene non sia "quanti titoli si possiedono", ma "quanto bene si conoscono i titoli posseduti". L'economista riteneva che un investitore dovrebbe concentrare il proprio capitale in un numero limitato di società, quelle poche che ha studiato a fondo e di cui ha una profonda comprensione. Questo approccio si fonda su un principio semplice: è impossibile seguire attentamente troppe aziende, mentre è realistico monitorarne seriamente poche.
Una delle idee centrali di Fisher è che, in un buon portafoglio, ogni singola azienda dovrebbe essere di livello molto elevato. Meglio avere 5–10 società eccellenti che 30 mediocri. La concentrazione, quando deriva da competenza e da un’analisi rigorosa, permette di sfruttare appieno il potenziale di crescita delle migliori imprese. Ogni azienda selezionata viene seguita con attenzione, conosciuta nei dettagli, valutata nella sua evoluzione nel tempo.
In questo modo, l’investitore diventa un vero proprietario e non un semplice raccoglitore di titoli. E con una conoscenza così approfondita può mantenere una posizione anche per decenni, lasciando che l’azienda cresca e moltiplichi il valore del capitale investito.
Fisher non è contrario in assoluto alla diversificazione. Ritiene sensato possedere più di un titolo per evitare che un evento isolato colpisca in modo drammatico il portafoglio. Ma questa diversificazione deve essere "ragionevole", mai dispersiva. L’idea non è costruire un mosaico di decine di partecipazioni, bensì un piccolo gruppo di aziende solide, conosciute nel dettaglio e con prospettive eccezionali.
Il punto finale è chiaro: chi diversifica troppo compie un errore strategico, perché rinuncia alla possibilità di ottenere rendimenti realmente straordinari. Chi concentra il proprio portafoglio su poche idee valide, invece, ha la possibilità di cogliere pienamente la crescita delle migliori aziende. E, secondo Fisher, sono proprio queste poche eccellenze che fanno la differenza tra un buon investitore e uno straordinario.