La prima uscita pubblica di Kevin Warsh da presidente della Federal Reserve si chiude con un verdetto tutt'altro che benevolo da parte del mercato. Mercoledì la Banca centrale come da copione ha lasciato invariato il tasso di riferimento sui Fed Funds nel range 3,5%/3,75%.
Nel corso della conferenza stampa successiva al meeting, Warsh ha ammesso che non esiste una "bacchetta magica" capace di riportare rapidamente l'inflazione sotto controllo. Una frase che gli investitori hanno letto come un segnale di debolezza proprio nel momento in cui la nuova guida dell'Eccles Building doveva dimostrare polso.
La reazione è arrivata immediata sul tratto lungo della curva dei Treasury, con vendite che hanno spinto i rendimenti verso livelli che Wall Street non vedeva da quasi vent'anni.
Kevin Warsh spinge i rendimenti ai massimi dal 2007
Il trentennale ha superato quota 5,2%, un livello che riporta la memoria degli operatori all'epoca dell'amministrazione Bush, prima ancora che scoppiasse la crisi finanziaria globale. Un anelito di allarme ha attraversato le sale operative, con il Dow Jones Industrial Average che ha archiviato la seduta peggiore da aprile 2025.
Il paradosso risiede nel fatto che un banchiere centrale che parla con toni "hawkish" ma non accompagna le parole con un rialzo dei tassi, finisce per spingere al rialzo proprio quei rendimenti che vorrebbe contenere.
È lo schema descritto da Ed Yardeni, presidente di Yardeni Research e ideatore del termine "Bond Vigilantes", con cui indica gli investitori che vendono Treasury per imporre disciplina fiscale o monetaria quando ritengono che le autorità non stiano facendo abbastanza.
Yardeni: la credibilità è in bilico
Nella nota diffusa dopo la riunione, Yardeni non ha usato mezzi termini. Warsh avrebbe parlato con toni aggressivi mercoledì senza però tradurre quella retorica in un rialzo dei tassi, e proprio per questo i rendimenti obbligazionari sarebbero saliti.
Nella lettura dello strategist, si tratterebbe del primo test di credibilità fallito dal neo presidente. I Bond Vigilantes, scrive ancora Yardeni, stanno di fatto comunicando che se la Fed non sarà vigile sull'inflazione saranno loro, i detentori di obbligazioni, a mantenere l'ordine nell'economia.
Per Yardeni, la Banca centrale dovrebbe alzare i tassi a breve termine per riuscire ad abbassare quelli a lungo termine. Parlare in modo aggressivo senza agire di conseguenza mina la credibilità dell'istituzione, secondo l'analisi diffusa da Yardeni Research.
Investitori guardano già a settembre
Il contesto macro non aiuta la posizione di Warsh. L'inflazione resta elevata mentre il conflitto tra Stati Uniti e Iran continua a spingere al rialzo il prezzo del petrolio. A giugno l'indice dei prezzi per i consumi personali, l'indicatore di inflazione preferito dalla Fed, è salito a un ritmo annuo del 3,7%, ben sopra l'obiettivo del 2% fissato dalla Banca centrale.
Il mercato, a questo punto, guarda già a settembre. Warsh dovrà dimostrare se la fermezza mostrata a parole può trasformarsi in una politica monetaria realmente restrittiva, senza però compromettere la crescita e il mercato del lavoro. È un equilibrio tutt'altro che semplice, soprattutto con il petrolio che promette nuove fiammate.
La vera partita si giocherà quindi sulla credibilità. Se l'inflazione continuerà a sorprendere al rialzo e la Fed manterrà una postura prudente, i Bond Vigilantes potrebbero continuare a fare il lavoro che il mercato si aspetta dalla Banca centrale, spingendo ancora più in alto i rendimenti sulla parte lunga della curva. Per Warsh, il primo meeting si è chiuso con un campanello d'allarme. A settembre servirà qualcosa di più di una "bacchetta magica": serviranno fatti.