Jackson Hole si prende la scena dopo una seduta dominata dall’intelligenza artificiale. Se ieri i risultati di Nvidia avevano riacceso il trade tecnologico con una guidance molto forte, oggi il vero baricentro della seduta si è spostato dai bilanci societari alla Fed. Il discorso di Kevin Warsh ha riaperto il rischio di una stretta già a settembre e ha costretto il mercato a ricalibrare rapidamente le aspettative sui tassi.
Warsh alza l’asticella: inflazione al 2% o la Fed dovrà agire
Warsh ha scelto Jackson Hole per definire con maggiore precisione la propria linea sull’inflazione. La Fed, ha spiegato, deve vedere un ritorno delle pressioni di fondo verso il target del 2% in modo convincente e abbastanza rapido. In caso contrario resterà del lavoro da fare. Un passaggio che il mercato ha letto come la più esplicita apertura finora alla possibilità di nuovi rialzi.
Il presidente ha ricordato che il PCE viaggiava al 3,7% annuo a luglio e che circa metà delle componenti del paniere mostrava ancora aumenti superiori al 3%. Ha poi ribadito che i tassi a breve restano lo strumento principale per perseguire il doppio mandato.
Nessun calendario preannunciato, nessuna promessa sulla riunione del 15-16 settembre. Warsh ha escluso che il discorso fosse una forma di forward guidance e ha separato le decisioni attuali dal lavoro delle cinque task force dedicate a temi come AI, produttività, comunicazione e bilancio della banca centrale.
Da TD Securities a Moneycorp: gli analisti si dividono sulla Fed
Molly Brooks, strategist sui tassi USA di TD Securities, sottolinea come il mercato abbia aumentato le aspettative di nuovi rialzi. A pesare sono soprattutto tre elementi: inflazione ancora problematica, mercato del lavoro stabile e attività economica solida. Una combinazione che lascia alla Fed spazio per stringere ancora se i prossimi dati confermeranno la tenuta dell'economia.
Cyrus Amini di Hyphen Wealth Management vede una Fed orientata verso una posizione più severa sui prezzi, pur rilevando l'assenza nel discorso di Kevin Warsh di una strategia operativa completa contro l'inflazione. Proprio su questo punto entra il tema del bilancio della Banca centrale, che potrebbe diventare parte della discussione nei prossimi mesi.
Peter Cardillo di Spartan Capital non si aspetta una stretta a settembre. La sua ipotesi è che la Fed voglia osservare un ulteriore ciclo di dati prima di intervenire, lasciando aperta la possibilità di un aumento entro fine anno.
Treasury e dollaro anticipano la Fed: rialzo al 60% nel meeting di settembre
La parte più sensibile della curva ha reagito con prontezza. Il rendimento del Treasury a 2 anni è salito di 9,5 punti base al 4,325%, massimo da circa un mese. Il decennale ha guadagnato 2,8 punti base al 4,70%, il trentennale si è portato al 5,194%. Il movimento concentra la pressione sulle scadenze più legate alle attese di politica monetaria e limita, almeno per ora, il deterioramento sul lungo termine.
Sul valutario il dollar index è avanzato di circa lo 0,4% a 99,48, con il biglietto verde in rafforzamento anche contro euro e yen. Nei Fed funds futures la probabilità di un rialzo a settembre è risalita attorno al 60%, dal 35% precedente al discorso. L’azionario, invece, ha assorbito il colpo senza una correzione immediata.
Jackson Hole non ha consegnato ai trader una decisione, ha rimesso sul tavolo un’opzione. Da qui al 15-16 settembre saranno occupazione e inflazione a decidere quanto quella porta resterà aperta.