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Tango Bond 2001: storia del più grande default argentino

L'Argentina ha evitato per un soffio il nono fallimento. La mente è andata al 2001 e al più grande default della sua storia. Ecco com'è andata allora con i tango bond

Nella giornata di martedì 4 agosto il Governo argentino è riuscito a trovare un compromesso con i creditori e ad evitare il nono default della sua storia. Il pericolo di tale eventualità ha riportato alla memoria lo spettro di vari fallimenti del Paese, risolti a volte con accordi capestro per gli investitori, a volte con sentenze del Tribunale che a loro volta hanno dato vita ad altri default. Ripercorriamo la storia di 20 anni di crisi di uno Stato che si è alternato negli anni tra dittature militari e governi democratici fragili.

 

Default Argentina: genesi di una crisi

La crisi argentina affonda le sue origini agli inizi degli anni 80 dove il Paese guidato allora dal generale militare Leopoldo Fortunato Gualtieri si trova ad affrontare un'enorme quantità di debito accumulato durante la guerra delle Falkland che vede il trionfo del Regno Unito. La situazione viene aggravata dalla statalizzazione in quegli anni del debito delle imprese private.

Una volta terminata la serie di governi militari che si insediarono al trono, la Repubblica argentina, che elegge come presidente Raùl Alfonsìn, cerca di stabilizzare l'economia creando una nuova moneta, alternativa al Peso. Lo scopo della creazione di tale valuta, denominata Austral, è quello di ricevere nuovi finanziamenti per coprire l'indebitamento andato ormai fuori controllo.

Purtroppo gli interessi accumulati pesano molto sulle casse dello Stato, il quale ad un certo punto palesa tutte le sue difficoltà a ripagare gli oneri sul debito. Questo fa crollare il valore dell'Austral e schizzare l'inflazione a livelli esorbitanti.

Nella seconda metà del 1989 i prezzi crescono a un ritmo del 200% al mese, facendo registrare una variazione del 5000% annuo. Giocoforza i salari reali si dimezzano e le insurrezioni popolari portano alle dimissioni di Alfonsìn sostituito, dopo 6 anni dal suo mandato, da Carlos Saùl Menem.

La priorità del nuovo Governo è quella di una lotta senza esclusione di colpi all'inflazione; così viene ripristinato il Peso che mantiene per legge un cambio fisso nei confronti del dollaro. Il risultato è positivo e molti commercianti argentini possono chiedere finanziamenti in Dollari USA a tassi ragionevoli.

Il problema però rimane quello del debito pubblico da ripagare e per cui lo Stato continua a chiedere prestiti, soprattutto al Fondo Monetario Internazionale che si mostra maggiormente propenso a concedere dilazioni di pagamento.

L'instabilità politico-finanziaria da un lato porta alla fuga di capitali dal Paese, dall'altra a un'evasione fiscale spaventosa. La logica conseguenza è l'indebolimento dei conti statali e la perdita di fiducia da parte dei Paesi stranieri nei confronti di Buenos Aires.

A quel punto verso la fine degli anni '90 c'è da prendere una decisione importante. Se Il tasso di cambio fisso  impedisce che l'economia venga stritolata dalla volatilità valutaria, nel contempo però porta la Nazione in recessione, come dimostra il crollo del PIL del 4% nel 1999.

La situazione deflagra nel 2001 quando si manifesta un'escalation della fuga di capitali e la corsa agli sportelli da parte dei risparmiatori per ritirare i propri soldi. Lo stato di panico generale spinge il Governo presieduto da Fernando de la Rua a congelare i conti correnti per un anno. Ovviamente il popolo argentino non accetta minimamente il provvedimento e scende in piazza a protestare. Le proteste non si limitano agli schiamazzi lungo le vie della capitale, ma ad un certo punto creano disordini nel Paese con saccheggi e distruzione di proprietà.

Le violenze di piazza, culminate nei continui scontri tra dimostranti e polizia, portano alla decaduta del Governo in carica il 21 dicembre 2001 e alla nomina ad interim di Adolfo Rodríguez Saá. Una settimana dopo, Saà realizza che lo Stato non è in grado di ripagare i debiti e dichiara il più grande default argentino del debito pubblico per una cifra di 132 miliardi di dollari.

 

Default Argentina: i Tango Bond

I titoli emessi dallo Stato, denominati Tango Bond, non vengono ripagati e gli investitori stranieri interrompono completamente il flusso di capitali verso Buenos Aires. Sono circa 450 mila i risparmiatori italiani coinvolti, che erano stati allettati da alti rendimenti e convinti dalle banche che avevano consigliato i Bond argentini come sicuri in quanto emessi da uno Stato sovrano.

In verità già da un decennio le agenzie di rating considerano le obbligazioni emesse dagli enti pubblici argentini come altamente speculativi. La stessa evidenza del rischio viene indicata nei prospetti informativi approvati dalla CONSOB.

In particolar modo, nella parte del prospetto relativa ai rischi legati all'investimento si evidenzia che "L’emittente è un Paese che, dopo una crisi di indebitamento durata almeno dieci anni, nel 1993 ha attuato con circa 750 banche creditrici internazionali una rinegoziazione globale della quasi totalità del debito del Settore Pubblico denominato in valuta estera facente capo alle proprie banche commerciali".

Inoltre si avverte quanto segue "I pagamenti relativi alle obbligazioni e ai titoli emessi dall’Argentina sono stati regolarmente effettuati durante la crisi debitoria degli anni ’80 e sulla scia della crisi del Peso messicano (1994/95). In ogni caso, tale circostanza non garantisce che, in un’eventuale crisi debitoria futura, i pagamenti relativi alle obbligazioni e ai titoli circolanti dell’Argentina possano essere effettuati con altrettanta regolarità. La struttura del debito estero dell’Argentina, modificatasi a seguito della rinegoziazione – la quota di obbligazioni e titoli del debito estero è notevolmente aumentata –, crea una forte possibilità che anche il pagamento dei titoli e delle obbligazioni in valuta estera emessi dall’Argentina possa subire ripercussioni negative se si verificassero seri problemi in relazione ai pagamenti esteri dell’Argentina e/o al budget. Pertanto le obbligazioni sono adatte unicamente ad investitori speculativi ed in condizione di valutare e sostenere rischi speciali".

In sostanza le avvisaglie di una elevata possibilità che il capitale investito potesse non essere ripagato c'erano tutte, secondo quanto si apprende dalle indicazioni del prospetto intofrmativo. E infatti, nel gennaio 2002 si ha il primo mancato pagamento di una cedola di un prestito obbligazionario e nel febbraio 2002 il primo mancato rimborso del capitale di un titolo in scadenza.

Non riuscendo a trovare capitali sul mercato per rifinanziare la spesa pubblica, il Governo argentino prova una soluzione nel 2005: una ristrutturazione del debito con la sostituzione dei titoli in circolazione con altri a un valore nominale del 30% rispetto a quello originario e con una dilazione maggiore. Alcuni investitori accettano, ma altri iniziano una lunga causa che si risolverà nel 2014 a sfavore dello Stato di Buenos Aires e che provocherà un ulteriore default.

Nel 2005 il Presidente argentino Kirchner riesce a formulare un piano volto a ripagare i debiti verso l'FMI che ammontano a quasi 10 miliardi di dollari. L'adempimento delle obbligazioni verso l'organismo internazionale avviene attraverso un pagamento a rate che termina nel 2008 e a cui il Paese fa fronte attingendo alle riserve in valuta estera della Banca Centrale Argentina. Nel frattempo le polemiche infuriano, il Fondo Monetario Internazionale a giudizio del Governo argentino rivendica privilegi invece di rappresentare un istituto che presta fondi per lo sviluppo dei Paesi in difficoltà.

Ancora più inquietanti sono le accuse nei confronti della Clearstream Banking S.A, la società di compensazione del gruppo Deutsche Borse. Secondo i giornalisti Denis Robert ed Ernest Backers, alcuni grossi investitori istituzionali come Citibank avevano conti segreti, usati da Clearstream, da dove transitavano alcuni fondi argentini. Tale sistema di conti illegali sarebbe materiale sufficiente per indagare su reati come evasione fiscale e riciclaggio. Così almeno accertano alcuni giudici e rappresentanti del Parlamento Europeo.

Nel 2006 gli investitori italiani che hanno rifiutato l'offerta del Governo argentino sulla ristrutturazione del debito, aderiscono alla Task Force Argentina rappresentata dall'ABI. A questo punto tra il Ministero al Tesoro di Buenos Aires e l'associazione bancaria si scatena un tira e molla per arrivare a un compromesso, ma senza successo.

Così nel 2016, gli investitori riescono a fare propria la partita e a ottenere il 150% del valore nominale dei Tango Bond su cui avevano investito quindici anni prima.

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