La tanto attesa presentazione del piano economico “Liberation Day” da parte del presidente Donald Trump ha finalmente chiarito alcuni punti chiave della nuova strategia commerciale statunitense. Al centro del piano: dazi del 10% su gran parte delle importazioni e tariffe "reciproche" su misura per i Paesi con cui gli Stati Uniti registrano i maggiori deficit commerciali. Tuttavia, a sorprendere gli analisti è stata l’apparente esclusione del settore farmaceutico da queste misure, almeno per ora.
Farmaci (quasi) esenti: vera tregua o ambiguità?
Secondo il fact sheet della Casa Bianca, i prodotti farmaceutici non saranno soggetti ai dazi “reciproci” — che includono tariffe del 34% verso la Cina e del 20% verso l’Unione Europea. Tuttavia, nonostante la mancanza di menzioni specifiche nel discorso ufficiale, resta sul tavolo la minaccia di dazi mirati del 25% o superiori su medicinali e componenti farmaceutici, più volte ribadita da Trump nel corso di recenti riunioni di gabinetto.
Il settore, dunque, resta in bilico. Come osserva Jeff Stoll di KPMG, il nodo cruciale riguarda la definizione di “farmaceutici”: se i dazi dovessero colpire i principi attivi (API) piuttosto che i medicinali finiti, le ripercussioni potrebbero essere significative, soprattutto per i produttori di farmaci generici. I costi di produzione aumenterebbero, innescando potenziali rialzi nei prezzi al consumo — uno scenario delicato, considerando le restrizioni imposte dall’Inflation Reduction Act e la sensibilità politica attorno al prezzo dei farmaci.
Una catena di fornitura troppo globalizzata per essere ignorata
L’obiettivo dichiarato di Trump è il ritorno della manifattura sul suolo americano. Ma nel caso del comparto farmaceutico, si tratta di un traguardo complesso. Le filiere produttive sono “estremamente interconnesse” a livello globale, con gli Stati Uniti che dipendono pesantemente da API importati da Europa e Asia, soprattutto per motivi legati a costi, disponibilità di risorse e normative ambientali.
Secondo TD Cowen, solo tre aziende — AbbVie, Bristol Myers Squibb ed Eli Lilly — hanno più impianti produttivi negli Stati Uniti che all’estero. Queste società potrebbero dunque essere meglio posizionate in caso di escalation tariffaria. Per contro, Irlanda, Francia, Germania e Italia ospitano decine di stabilimenti registrati presso la FDA, evidenziando quanto l’Europa resti cruciale per la produzione globale di farmaci.
Le mosse delle big pharma
Alcuni colossi del settore stanno già cercando di anticipare gli sviluppi: Eli Lilly ha annunciato un piano da 27 miliardi di dollari per costruire quattro nuovi impianti negli Stati Uniti mentre Johnson & Johnson prevede investimenti per 55 miliardi in quattro anni. Pfizer, dal canto suo, sostiene di essere già ben posizionata negli USA, ma ha lasciato intendere che potrebbe riallocare capacità produttiva dall’estero in caso di necessità.
Nel frattempo, il malcontento tra le aziende cresce. Un sondaggio condotto da BIO ha rivelato che il 94% delle aziende teme un aumento dei costi produttivi in caso di dazi sull’Unione Europea. La metà degli intervistati prevede addirittura di dover ripensare le proprie partnership strategiche. Non a caso, diverse multinazionali si stanno già attivando per ottenere un’implementazione graduale delle misure minacciate.
Il rischio di un boomerang geopolitico
Oltre alle implicazioni economiche, la strategia di Trump potrebbe danneggiare il primato globale degli Stati Uniti nel settore biopharma. Con Paesi come Cina e Corea del Sud che stanno rapidamente rafforzando le proprie industrie farmaceutiche, l’adozione di politiche commerciali restrittive rischia di favorire i concorrenti internazionali. Stoll lancia un monito chiaro: «Nessun partito politico sembra comprendere davvero il valore socioeconomico dell’industria farmaceutica per gli Stati Uniti».
La decisione di escludere momentaneamente i farmaci dai dazi, in conclusione, può sembrare una vittoria per l’industria, ma potrebbe trattarsi di una tregua apparente. La mancanza di chiarezza sui dettagli e la continua minaccia di dazi mirati rendono difficile per le aziende pianificare strategie a lungo termine. In un settore dove la costruzione di un nuovo impianto richiede anni e miliardi di dollari, la prevedibilità normativa e commerciale diventa cruciale.
Il prossimo futuro potrebbe vedere un’accelerazione nelle trattative internazionali, anche su impulso delle lobby industriali. Ma fino ad allora, l’incertezza continuerà a pesare sulle scelte strategiche delle imprese farmaceutiche.