Mutui: la rata è già salita di 50 euro, e domani la BCE alza ancora | Investire.biz

Mutui: la rata è già salita di 50 euro, e domani la BCE alza ancora

09 set 2026 - 11:30

Rata salita di 50 euro al mese in un anno sul mutuo variabile. La BCE alza al 2,50% ma il mercato lo ha già prezzato: la notizia vera è un'altra

Chi ha un mutuo a tasso variabile da 150.000 euro a 30 anni, un anno fa pagava una rata di circa 580 euro al mese. Oggi ne paga circa 630. Sono 50 euro in più ogni mese, quasi 580 euro in dodici mesi, e non è arrivata nessuna comunicazione: la rata si è mossa da sola, perché così funziona il tasso variabile.

Giovedì 10 settembre la Banca Centrale Europea si riunisce e, secondo il sondaggio Reuters, tutti e 65 gli economisti interpellati si aspettano un rialzo di un quarto di punto. Sullo stesso mutuo sarebbero altri 20 euro al mese in più.  La parte controintuitiva è che quei 20 euro, in buona parte, chi ha un variabile li sta già pagando. E questo cambia completamente il modo in cui si legge la riunione di domani.

 

 

 

Il mutuo non segue la BCE, segue l'Euribor

Un mutuo a tasso variabile non è agganciato al tasso della Banca Centrale Europea. È agganciato all'Euribor, che è il tasso al quale le banche europee si prestano il denaro fra loro sul mercato interbancario. La banca prende quel numero, ci somma il proprio margine commerciale, che nel gergo si chiama spread, e il risultato è il tasso applicato al cliente. Sui mutui variabili offerti oggi in Italia gli spread migliori si collocano intorno allo 0,3%.

La differenza fra i due riferimenti è sostanziale. Il tasso della BCE è una decisione amministrativa, presa in una data precisa e resa nota alle 14 e 15 di un giovedì ogni sei settimane. L'Euribor è un prezzo di mercato, si forma ogni giorno, e le banche che si prestano il denaro guardano a dove pensano che i tassi saranno fra tre mesi, non a dove sono adesso.

 

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Fonte: Euribor-rates.eu

Il risultato è che l'Euribor anticipa la Banca centrale invece di seguirla. L'8 settembre 2026 l'Euribor a 3 mesi si è fissato al 2,635%. Il 4 settembre aveva toccato il 2,679%, che è il massimo dell'anno. A febbraio era sceso fino all'1,981%, il minimo del 2026. Un anno fa, il 9 settembre 2025, valeva il 2,034%: in dodici mesi è salito di 0,601 punti percentuali.

La media di agosto è stata il 2,513%, quella di luglio il 2,425%. Cioè il grosso della salita si è concentrato proprio nei due mesi in cui il mercato si è convinto che a settembre la BCE avrebbe alzato. Il rialzo di domani, in altre parole, è stato incassato dalle rate prima ancora di essere deciso.

Sul mutuo da 150.000 euro a 30 anni preso come esempio, con Euribor a 3 mesi più uno spread dello 0,3%, il tasso applicato è passato dal 2,33% di un anno fa al 2,94% di oggi, e la rata da 580 a 630 euro. Con un ulteriore quarto di punto la rata arriverebbe a 650 euro.
 
 
 

Cosa decide davvero la BCE domani

La Banca Centrale Europea non ha un tasso solo. Quello che conta per il costo del denaro è il tasso sui depositi, cioè quello che la BCE riconosce alle banche commerciali sulla liquidità che queste parcheggiano presso la banca centrale invece di prestarla a famiglie e imprese. Il ragionamento è semplice: se tenere fermi i soldi rende di più, prestarli deve rendere di più, altrimenti nessuno presta. È per questo che quel numero finisce dentro il prezzo di ogni finanziamento in Europa.

Oggi il tasso sui depositi è al 2,25%, mentre il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali è al 2,40%. Domani il consenso vede il primo salire al 2,50% (Riunione BCE 10 settembre 2026: atteso rialzo dei tassi al 2,5%). Il presidente della Bundesbank Joachim Nagel ha detto che i mercati prezzano la mossa con una probabilità del 95%.

Sarebbe il secondo rialzo del 2026, dopo quello di giugno che aveva interrotto una lunga fase di riduzioni ed era stato il primo aumento dal 2023. A luglio la BCE si era fermata per osservare i dati. Adesso riparte.

 

 

Alza per l'energia, mentre il resto dei prezzi rallenta

La ragione ufficiale del rialzo è l'inflazione. Secondo la stima rapida diffusa da Eurostat il 1 settembre, ad agosto i prezzi al consumo nell'Area Euro sono saliti del 3,3% rispetto a un anno prima, contro il 2,9% di luglio. L'obiettivo della BCE è il 2%, quindi siamo un punto e mezzo sopra, con il dato che accelera invece di rientrare.

Il punto è da dove viene quell'accelerazione. L'energia, da sola, corre al 14,3% annuo, contro il 10,3% di luglio: 4 punti guadagnati in un mese. Sullo sfondo c'è il petrolio, con il Brent che oggi ha superato i 100 dollari al barile dopo che le forniture dal Golfo Persico sono scese a circa due terzi dei livelli normali. Gli analisti di Goldman Sachs indicano una possibile salita oltre i 120 dollari se quei flussi restassero compressi a lungo.

Tutte le altre voci raccontano il contrario. L'inflazione di fondo, quella che si calcola escludendo energia, alimentari, alcol e tabacco, ad agosto è scesa dal 2,5% al 2,4%. Vale la pena precisare la definizione, perché su questo indicatore si fa spesso confusione: se si esclude la sola energia il valore è 2,2% ed è rimasto stabile. In entrambi i casi, la componente strutturale dei prezzi europei non sta accelerando.

I servizi, che sono la voce dove si misura se l'inflazione si è radicata nell'economia perché lì dentro pesano i salari, sono scesi dal 3,3% al 3,0%. Gli alimentari sono fermi all'1,2%. I beni industriali non energetici sono saliti dallo 0,9% all'1,2%, ed è l'unico segnale di contagio, per ora modesto.

Resta il fatto che la media europea nasconde differenze notevoli fra paesi. Ad agosto la Spagna ha registrato il 4,5% di inflazione, l'Italia il 3,2%, la Germania il 2,9%, la Francia il 2,7%. Quasi 2 punti fra il primo e l'ultimo, con una politica monetaria sola per tutti: chi sta al 4,5% avrebbe bisogno di tassi più alti, chi sta al 2,7% se li prende comunque.

 

 

Il limite di questo rialzo

Alzare i tassi serve a raffreddare la domanda. Il credito diventa più caro, famiglie e imprese rimandano acquisti e investimenti, la pressione sui prezzi si allenta. È lo strumento giusto quando i prezzi salgono perché c'è troppa gente che vuole comprare.

Qui però i prezzi salgono perché manca il petrolio. È un problema di offerta, non di domanda, e nessuna decisione presa a Francoforte rimette in mare le petroliere del Golfo Persico. Quello che il rialzo produce con certezza è un freno alla domanda europea, che di suo non sta correndo.

Non è un'obiezione esterna: è la stessa contraddizione che Christine Lagarde ha messo per iscritto a giugno, quando ha spiegato che il rialzo era stato deciso per lo shock energetico e non come mossa preventiva, aggiungendo che i rischi sulla crescita sono orientati al ribasso mentre quelli sull'inflazione restano orientati al rialzo. Tradotto: la BCE sa di frenare un'economia che non corre, ma teme che il rincaro dell'energia si trasferisca a tutto il resto.

Quel timore ha un fondamento tecnico. L'energia non entra nei prezzi solo attraverso il pieno di carburante e la bolletta, che è l'effetto diretto e il più rapido. C'è poi l'effetto di secondo giro, più lento: il gasolio più caro alza il costo del trasporto merci, il gas più caro alza il costo di plastica, vetro, acciaio, fertilizzanti. Quella parte impiega da sei a dodici mesi ad arrivare sugli scaffali. La BCE non sta reagendo al 14,3% di oggi, sta cercando di impedire che quel 14,3% diventi inflazione di fondo nel 2027.

 

 

L'economia europea regge meglio di quanto si dica

La domanda successiva è quanto l'economia europea possa sopportare un altro giro di stretta. I dati recenti sono più incoraggianti di quanto il clima generale suggerisca.

Sulla crescita, nel secondo trimestre il Prodotto Interno Lordo dell'area euro è aumentato dello 0,6% rispetto al trimestre precedente e dell'1,2% rispetto a un anno prima. Per gli standard europei degli ultimi anni non è un dato da recessione.

Sull'industria, l'indice PMI manifatturiero, che è un sondaggio mensile tra i responsabili acquisti delle aziende dove il valore 50 separa l'espansione dalla contrazione, ad agosto è salito a 52,7 da 51,9: è il livello più alto da maggio 2022. L'indice composito, che somma industria e servizi, è a 52,1, massimo da nove mesi. Il traino è tedesco, con la migliore espansione manifatturiera in Germania da oltre quattro anni.

Serve però una cautela. Il PMI misura come si sentono le aziende, non quanto hanno prodotto. La produzione industriale effettiva dell'Area Euro a giugno è risultata invariata rispetto al mese precedente. L'ottimismo dichiarato corre più veloce dell'attività reale, ed è una distinzione da tenere presente ogni volta che si legge un indice di fiducia.

Sulle aspettative di inflazione, che sono il dato più sorvegliato dalle banche centrali perché se le famiglie si convincono che i prezzi saliranno per sempre l'inflazione si autoalimenta attraverso le richieste salariali, il sondaggio BCE sui consumatori indica attese a cinque anni intorno al 2,4%. Sopra l'obiettivo, ma di poco, e senza segnali di disancoraggio.

Va aggiunto che i tassi non arrivano sull'economia tutti insieme. Servono da sei a diciotto mesi perché una decisione di politica monetaria si trasmetta per intero, attraverso il rinnovo dei finanziamenti alle imprese, la revisione delle condizioni bancarie e le rinunce di chi voleva comprare casa. Sull'economia di oggi stanno ancora atterrando i tassi decisi mesi fa, e il rialzo di domani si vedrà per intero nel 2027.

 

 

La cosa da guardare domani non è il quarto di punto

Un aumento prezzato al 95% non muove i mercati, perché è già nei prezzi per definizione. La notizia di domani sarà semmai un'altra: se questo è l'ultimo rialzo del ciclo oppure no.

A dare la risposta contribuiranno due elementi. Il primo sono le proiezioni macroeconomiche aggiornate. A giugno lo staff della BCE indicava un'inflazione al 3% per il 2026, al 2,3% nel 2027 e al 2% nel 2028, con una crescita dello 0,8% quest'anno. Quello 0,8% era stato scritto quando si dava per scontato che la crisi energetica avrebbe schiacciato l'attività: poi è arrivato un secondo trimestre a più 0,6% e una manifattura ai massimi da quattro anni. Una revisione al rialzo della crescita cambierebbe il senso dell'intera riunione.

Il secondo elemento è meno noto. Sempre a giugno Lagarde ha chiesto allo staff un'analisi approfondita sui prezzi del petrolio e del gas, da consegnare proprio in vista della riunione di settembre. Quel documento domani è sul tavolo. Se conclude che l'effetto energia si esaurisce da solo nei prossimi trimestri, la BCE ha la motivazione tecnica per fermarsi qui.

 

 

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