Venerdì 4 settembre l'istituto di statistica del lavoro americano ha comunicato che ad agosto l'economia degli Stati Uniti ha creato 162.000 posti di lavoro. Gli economisti ne attendevano fra 53.000 e 56.000 a seconda del sondaggio: il dato è quasi il triplo delle previsioni.
Wall Street stava per chiudere in rosso. Il Dow Jones ha perso 271 punti, lo 0,51%, l'S&P 500 lo 0,38%, il Nasdaq lo 0,29%. Il rendimento del titolo di Stato americano a 2 anni è salito al 4,377%, il livello più alto da gennaio 2025, quello a 10 anni al 4,784%.
La ragione è che il mercato non stava valutando l'economia, ma la Banca centrale. Con l'inflazione sopra l'obiettivo da anni, un dato forte sull'occupazione toglie alla Federal Reserve l'ultimo argomento per restare ferma. Poche ore dopo, il presidente Donald Trump ha chiesto pubblicamente l'esatto contrario.
Mercato lavoro USA: il dato di agosto, e da dove arriva
Il rapporto mensile sull'occupazione americana nasce da 2 rilevazioni distinte. La prima interroga circa 120.000 fra imprese ed enti pubblici e produce il numero dei posti creati. La seconda interroga circa 60.000 famiglie e produce il tasso di disoccupazione, che ad agosto è rimasto al 4,1%, con 7 milioni di persone senza impiego.
L'elemento più positivo è nella seconda rilevazione. Il tasso di partecipazione, cioè la quota di popolazione in età da lavoro che lavora o sta cercando lavoro, è risalito al 61,6% dal 61,4% di luglio, che era il valore più basso degli ultimi 5 anni. Sono rientrate persone che avevano smesso di cercare, e nonostante quel rientro la disoccupazione non è aumentata. È un dettaglio che conta, perché il tasso di disoccupazione registra solo chi cerca attivamente: quando le persone si scoraggiano e smettono, escono dal conteggio e la disoccupazione scende per il motivo sbagliato.
L'elemento meno positivo riguarda la composizione. Ristorazione e locali hanno aggiunto 59.000 posti, la scuola pubblica locale 42.000: insieme fanno 101.000 posti su 162.000, quasi i due terzi del totale. Le costruzioni ne hanno aggiunti 22.000 e la sanità 12.000, mentre il settore dell'informazione, che comprende editoria, televisione, telecomunicazioni e infrastrutture informatiche, ne ha persi 23.000, con tagli annunciati fra gli altri da Scripps e da Zillow.
Il contesto va aggiunto: nei 12 mesi precedenti la media mensile di posti creati è stata di 31.000. Agosto è uscito oltre 5 volte sopra quella media.
Pesa infine un aspetto tecnico. Tutti questi numeri sono destagionalizzati: non misurano quante assunzioni ci sono state, ma quante ce ne sono state rispetto a quante ci si attende normalmente in quel mese. Ad agosto le scuole americane riaprono, e il conteggio toglie le assunzioni tipiche del periodo. Che dopo quella correzione resti un più 42.000 significa che le scuole hanno assunto oltre la norma stagionale, oppure che lo hanno fatto in giorni diversi da quelli previsti dal modello. A luglio la stessa voce aveva perso 50.000 posti: meno 50.000 in un mese e più 42.000 in quello successivo indicano che il calendario scolastico reale non coincide più con il modello statistico costruito su decenni precedenti.
Le revisioni, cioè il numero che quasi nessuno guarda
Il dato del primo venerdì del mese è una prima stima, non una misurazione definitiva. Alla pubblicazione iniziale non tutte le imprese hanno risposto al questionario, e ogni mese il numero viene corretto altre 2 volte.
Giugno 2026 è il caso che fa scuola. Prima del 7 agosto risultava a 57.000 posti creati. Con il rapporto di luglio è stato tagliato di 37.000 e portato a 20.000, mentre maggio veniva ridotto di 66.000: 103.000 posti cancellati in una sola mattina. Con il rapporto di venerdì scorso giugno è stato rivisto di nuovo, questa volta al rialzo di 11.000, a 31.000. Nello stesso rapporto luglio è passato da meno 23.000 a più 21.000, una revisione di 44.000 che ha trasformato un mese di perdita in un mese di crescita. Tre pubblicazioni, 3 numeri: 57.000, poi 20.000, poi 31.000.
Il segnale più netto arriva però da una seconda rilevazione, pubblicata il 1 settembre e nota come JOLTS. Misura i posti vacanti, cioè le posizioni aperte che le imprese non riescono a coprire, le assunzioni, le dimissioni volontarie e i licenziamenti.
Nella revisione di giugno i posti vacanti sono stati tagliati di 177.000 e portati a 7,2 milioni, la correzione al ribasso più ampia da novembre 2025 e la terza consecutiva. Nello stesso aggiornamento le assunzioni sono state ridotte di 16.000, le dimissioni volontarie di 19.000, e i licenziamenti sono stati invece aumentati di 19.000. Meno posti aperti, meno assunzioni, meno persone che lasciano il lavoro di propria iniziativa e più persone lasciate a casa: tutte le correzioni vanno nella stessa direzione.
Contando le pubblicazioni ufficiali una per una, i posti vacanti americani sono stati corretti al ribasso in 38 degli ultimi 43 mesi. Quando l'errore si presenta quasi sempre con lo stesso segno non è più un errore casuale: è il metodo di rilevazione che non sta al passo con il fenomeno da misurare.
Dalla stessa rilevazione arriva il numero più significativo e meno citato: le dimissioni volontarie sono all'1,9% degli occupati, ai minimi. È l'indicatore di fiducia più diretto che esista, perché una persona lascia un impiego sicuro solo se ritiene di trovarne uno migliore. Poche assunzioni e pochi licenziamenti insieme descrivono un mercato che nei numeri appare stabile e nei fatti è bloccato.
C'è infine la revisione annuale, pubblicata il 28 agosto, che confronta il sondaggio mensile con i dati dei contributi versati dalle imprese per l'assicurazione contro la disoccupazione, cioè con una base che copre quasi tutti i dipendenti americani. Nei 12 mesi fino a marzo 2026 i posti risultano 79.000 in meno di quanto stimato, e 178.000 in meno considerando il solo settore privato. Va però detto che si tratta di una correzione contenuta, inferiore alla media storica: l'anno precedente era stata di 911.000 posti.
Salari fermi e quota del lavoro ai minimi dal 1947
La retribuzione oraria media è salita dello 0,3% su luglio, a 37,75 dollari, e del 3,1% su base annua. Il confronto con l'inflazione dipende dall'indice che si sceglie, e la scelta cambia la conclusione: con i prezzi al consumo completi, al 3,4% a luglio, il potere d'acquisto scende; con l'indice depurato da cibo ed energia, al 2,5%, sale di 6 decimi. La differenza fra i 2 sono proprio le voci che pesano di più sui bilanci a reddito basso.
Un terzo dato, uscito il 3 settembre e passato quasi inosservato, è più difficile da relativizzare. La quota del lavoro misura quanta parte di ciò che l'economia produce va a chi lavora, sotto forma di stipendi, contributi e benefit, e quanta va invece a profitti, dividendi e interessi. Nel secondo trimestre del 2026 è scesa al 52,8%, il valore più basso da quando esiste la serie, cioè dal primo trimestre del 1947. Nello stesso trimestre la produttività è cresciuta dell'1,4%, il costo del lavoro per unità di prodotto dell'1,2%, mentre il compenso orario reale è calato del 3,3%.
La discesa della quota del lavoro dura da decenni ed è comune a più economie avanzate, quindi non è attribuibile a una singola amministrazione. Va però notato che negli ultimi 2 anni è accelerata, di circa 2 punti percentuali dalla fine del 2024.
La Fed divisa e la riunione del 15 e 16 settembre
Il tasso di riferimento americano è fermo fra il 3,50% e il 3,75%. Il comitato di politica monetaria si riunisce martedì 15 e mercoledì 16 settembre.
La Banca centrale americana ha 2 obiettivi fissati per legge: prezzi stabili e massima occupazione. L'indice che utilizza per il primo non è quello dei prezzi al consumo, ma il PCE, che tiene conto della sostituzione fra prodotti quando i prezzi cambiano e include anche spese non pagate direttamente dal consumatore, come le cure coperte dalle assicurazioni. A luglio il PCE completo era al 3,7% annuo e quello depurato da cibo ed energia al 3,3%, contro un obiettivo del 2%.
Il 28 agosto, a Jackson Hole, il presidente della Fed Kevin Warsh ha detto di avere bisogno della certezza che l'inflazione stia tornando verso l'obiettivo "in modo chiaro e a velocità sufficiente", aggiungendo che "altrimenti abbiamo del lavoro da fare". Ha osservato inoltre che nell'ultimo anno oltre la metà dei beni e servizi rilevati ha registrato aumenti di almeno il 3%, contro circa un terzo nei 2 decenni precedenti la pandemia.
Il comitato è diviso. Alla riunione di fine luglio i tassi sono rimasti invariati con 9 voti contro 3, e i 3 dissensi, di Beth Hammack, Neel Kashkari e Lorie Logan, erano a favore di un rialzo immediato. Il 3 settembre il governatore Christopher Waller si è espresso in senso opposto, dichiarandosi disposto a mantenere il tasso invariato se i progressi verso il 2% proseguono.
Dopo il dato di venerdì i futures sui tassi assegnano al rialzo di un quarto di punto una probabilità intorno al 61%, salita dal 49% del giorno precedente. Sui mercati di previsione, dove opera anche il pubblico non professionale, la stessa ipotesi vale poco più del 50%.
Trump: "Abbassate i tassi o smetto di commerciare"
Poche ore dopo la pubblicazione del dato, venerdì, il presidente Trump è intervenuto su Truth Social. Il passaggio più netto è stato: "Abbassate il tasso o smetterò di commerciare con i Paesi con cui abbiamo un deficit". In un altro messaggio ha scritto che il consiglio della Fed, "con il suo grande nuovo presidente, deve farsi furbo, siate patrioti per una volta", aggiungendo che "tassi di interesse alti mettono gli Stati Uniti in una posizione di grande svantaggio, e non permetterò che accada".
La minaccia riguarda i Paesi da cui gli Stati Uniti importano più di quanto esportino, un gruppo che comprende fra gli altri Messico, Cina, Taiwan, Germania, Giappone, Corea del Sud, Canada e India. Il disavanzo commerciale americano sui beni è stato di 1.240 miliardi di dollari nel 2025. Sul piano pratico la realizzabilità è dubbia: a febbraio la Corte Suprema, nella sentenza Learning Resources contro Trump, ha ristretto e non ampliato i poteri commerciali della presidenza.
Non è una posizione isolata all'interno dell'amministrazione. Il vicepresidente JD Vance ha dichiarato che "la Fed dovrebbe abbassare i tassi di interesse" e che "stiamo facendo molte cose per tenerli bassi, ma un aiuto dalla Federal Reserve farebbe comodo". Il ministro del Tesoro Scott Bessent ha argomentato che la banca centrale non alza di norma i tassi in presenza di uno shock di offerta, cioè di un rincaro che nasce dai costi e non dalla domanda, finché non compaiono effetti di secondo o terzo livello sui prezzi.
Un dettaglio che vale la pena tenere presente: Warsh è stato nominato dallo stesso Trump. Lo scontro non è quindi fra la Casa Bianca e un presidente della banca centrale ereditato, ma interno a una scelta compiuta dall'amministrazione in carica.
Cosa guardare questa settimana
Da sabato 5 settembre la Fed è entrata nel periodo di silenzio che precede le riunioni, in vigore fino al 17: nessun funzionario può esprimersi pubblicamente sulla politica monetaria. La decisione sarà quindi orientata dai dati.
Giovedì 10 settembre escono i prezzi alla produzione di agosto, cioè i costi sostenuti dalle imprese prima di trasferirli ai clienti, che di norma anticipano i prezzi al consumo. Venerdì 11 settembre escono i prezzi al consumo di agosto, ed è questo il dato che deciderà la riunione: il rapporto sull'occupazione ha rimosso l'argomento dell'attesa, l'inflazione fornirà o meno il motivo per agire.
Resta valida, in ogni caso, l'avvertenza che viene dai numeri stessi. Il dato di venerdì sarà corretto almeno altre 2 volte, e la versione più affidabile arriverà soltanto nel febbraio 2027.
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