WTI ai massimi da sei settimane con nuove tensioni in Medio Oriente | Investire.biz

WTI ai massimi da sei settimane con nuove tensioni in Medio Oriente

08 set 2026 - 13:00

08 set 2026 - 13:45

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Petrolio WTI in area 93 dollari per tensioni USA-Iran e attacchi a Hormuz. Goldman Sachs alza le stime ma vede prezzi più bassi nel 2027 in caso di normalizzazione

Questa settimana il petrolio WTI è tornato sotto i riflettori dei mercati, portandosi in area 92-93 dollari al barile e aggiornando i massimi delle ultime sei settimane.

 

Petrolio WTI, grafico giornaliero. Fonte: IG.

 

Nelle ultime sedute il greggio statunitense ha accelerato al rialzo sulla scia dell'aggravarsi delle tensioni in Medio Oriente, dopo i nuovi attacchi tra Stati Uniti e Iran e l'estensione del confronto alle infrastrutture energetiche della regione.

Il movimento riflette soprattutto l'aumento del premio per il rischio geopolitico. Gli operatori temono infatti che un conflitto più lungo possa compromettere in misura crescente i flussi di greggio dal Golfo Persico, con conseguenze non soltanto sui prezzi spot, ma anche sulle quotazioni dei contratti a termine.

 

Stretto di Hormuz: perché è cruciale per il WTI

Al centro delle preoccupazioni resta lo Stretto di Hormuz, uno dei principali chokepoint del commercio energetico globale. La crescente attività militare nella regione ha ridotto sensibilmente il traffico commerciale e petrolifero attraverso il passaggio.

Secondo i dati Kpler citati da Reuters, nella prima parte della settimana soltanto sette navi che trasportavano materie prime hanno attraversato lo Stretto in una giornata, dopo una media mobile di circa dieci navi al giorno nei dieci giorni precedenti, il livello più basso da maggio.

La riduzione dei transiti non significa necessariamente che tutta questa capacità sia stata persa dal mercato. Una parte dei flussi continua infatti a transitare, mentre alcuni Paesi produttori stanno utilizzando rotte alternative.

Il problema principale per gli operatori resta quindi la durata della disfunzione: maggiore è il tempo necessario per normalizzare il traffico, maggiore è il rischio che l'offerta disponibile sul mercato internazionale si riduca.

 

Gli attacchi alle infrastrutture energetiche aumentano il rischio

A rafforzare il movimento del WTI sono arrivati anche gli attacchi contro infrastrutture energetiche dell'area. Nei giorni scorsi forze legate all'Iran hanno colpito strutture energetiche in Arabia Saudita, causando decine di feriti e costringendo le autorità a sospendere temporaneamente alcune attività mentre venivano valutati i danni.

Gli attacchi si aggiungono ai raid statunitensi contro tre petroliere iraniane e alle successive minacce di Teheran di colpire infrastrutture energetiche del Golfo in caso di nuove operazioni americane.

Per il mercato petrolifero si tratta di un'evoluzione particolarmente delicata, perché il rischio non riguarda più soltanto il trasporto delle materie prime attraverso Hormuz, ma anche la produzione e la capacità di esportazione dei principali Paesi del Golfo.

 

WTI e Brent: perché il movimento può essere diverso

Il WTI e il Brent sono entrambi punti di riferimento fondamentali per il mercato petrolifero, ma il loro comportamento può divergere durante gli shock geopolitici. Il Brent, benchmark internazionale, incorpora in modo più diretto il rischio relativo ai flussi globali e al commercio marittimo, mentre il WTI riflette maggiormente le condizioni del mercato statunitense.

Questo aiuta a spiegare perché, anche in presenza di una forte tensione sul Golfo Persico, il movimento del WTI possa risultare diverso da quello del Brent. La capacità degli Stati Uniti di aumentare la produzione, la disponibilità di scorte e le infrastrutture di trasporto interne possono attenuare o amplificare l'effetto di uno shock esterno.

 

Petrolio: le prospettive dipendono dalla durata del conflitto

La domanda principale per il mercato non è quindi soltanto quanto petrolio è stato perso, ma per quanto tempo la situazione resterà compromessa.

Reuters segnala che i flussi complessivi di greggio dal Medio Oriente sono scesi sensibilmente, ma che parte dei volumi continua a essere movimentata attraverso Hormuz e che alcuni esportatori stanno utilizzando infrastrutture alternative.

Anche la debolezza della domanda globale e la disponibilità di scorte contribuiscono a limitare, almeno per ora, la pressione al rialzo sui prezzi. Il mercato sta quindi cercando di bilanciare due forze opposte.

Da un lato, l'interruzione dei flussi e il rischio di nuovi attacchi giustificano un premio geopolitico maggiore. Dall'altro, una ripresa della navigazione, l'utilizzo di rotte alternative e una domanda più debole potrebbero limitare la durata del rally.

 

Petrolio: Goldman Sachs alza le stime, ma vede prezzi più bassi nel 2027

Anche gli analisti hanno iniziato a incorporare nei modelli un rischio maggiore. Goldman Sachs ha alzato di 5 dollari le proprie previsioni sul petrolio per dicembre 2026, portando il Brent a 85 dollari e il WTI a 80 dollari al barile.

Per il 2027 le stime sono state portate rispettivamente a 80 e 75 dollari. La banca prevede che le difficoltà di trasporto nel Medio Oriente possano protrarsi anche nel 2027, con una graduale ripresa della produzione nella seconda metà dell'anno.

Il fatto che queste stime siano inferiori alle quotazioni spot attuali evidenzia una distinzione importante: Goldman non sta necessariamente prevedendo un crollo imminente del petrolio, ma uno scenario nel quale il premio geopolitico attuale tende a ridursi con la normalizzazione dei flussi.

 

Lo scenario rialzista: WTI sopra 100 dollari

Il rischio per questa impostazione è rappresentato da una nuova escalation. Goldman Sachs ha avvertito che, nel caso in cui gli attacchi contro le navi nella regione aumentassero sensibilmente, il petrolio potrebbe arrivare fino a 120 dollari al barile.

In uno scenario opposto, caratterizzato dalla ripresa degli export regionali, le quotazioni potrebbero invece tornare verso 80 dollari. Per il WTI, quindi, la soglia dei 100 dollari torna a essere uno scenario da monitorare, soprattutto nel caso di un'interruzione più ampia e prolungata dei flussi del Golfo.

Un passaggio oltre tale livello richiederebbe tuttavia una restrizione dell'offerta sufficientemente persistente da superare gli effetti delle scorte, delle rotte alternative e della distruzione della domanda.

 

 

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