Petrolio in Venezuela: con licenze USA, c'è il ritorno delle Big Oil | Investire.biz

Petrolio in Venezuela: con licenze USA, c'è il ritorno delle Big Oil

23 feb 2026 - 07:00

Dopo l’allentamento delle sanzioni, BP, Chevron, ENI, Repsol e Shell valutano progetti petroliferi e di gas in Venezuela, ma restano incertezze politiche e debiti

Il Venezuela, uno dei Paesi con le maggiori riserve petrolifere al mondo ma con infrastrutture energetiche deteriorate, torna al centro dell’attenzione delle compagnie petrolifere internazionali. Dopo le espropriazioni operate negli anni 2000 dall’allora presidente Hugo Chávez, che rafforzarono il controllo statale di PDVSA sui giacimenti, il settore è rimasto per anni condizionato da sanzioni e dispute legali.

Negli ultimi mesi, tuttavia, gli Stati Uniti hanno alleggerito alcune restrizioni sul comparto energetico venezuelano attraverso licenze generali che consentono alle società straniere di gestire progetti petroliferi e del gas nel Paese OPEC. Il nuovo contesto sta riaprendo spazi operativi, pur in un quadro ancora incerto.

 

BP e Shell: focus sul gas offshore

BP ha ottenuto nel 2024, insieme alla National Gas Company di Trinidad e Tobago, una licenza per esplorare e produrre nella porzione venezuelana del giacimento transfrontaliero Manakin-Cocuina, ancora non sviluppato. Dopo la revoca di una precedente autorizzazione da parte di Washington, la recente emissione di licenze generali è stata accolta positivamente dal gruppo britannico, che punta a far avanzare il progetto.

Anche Shell plc guarda al gas venezuelano con interesse. Il giacimento offshore Dragon, destinato a rifornire l’impianto Atlantic LNG di Trinidad, resta però in gran parte congelato. Nonostante l’autorizzazione statunitense a riavviare la pianificazione, Caracas ha sospeso gli accordi energetici con Trinidad. L’Amministratore delegato Wael Sawan ha indicato un possibile avvio della produzione entro tre anni, se le condizioni politiche lo consentiranno.

 

Chevron, tra produzione e export verso gli Stati Uniti

Chevron Corporation è tra i gruppi occidentali più attivi nel Paese. Le sue quattro joint venture con PDVSA producono tra 240.000 e 250.000 barili al giorno di greggio pesante, molto richiesto dalle raffinerie della Costa del Golfo degli Stati Uniti.

A novembre Chevron ha esportato circa 150.000 barili al giorno verso gli USA, scesi a circa 100.000 a dicembre. Il gruppo ritiene di poter aumentare nel breve termine la produzione lorda in Venezuela di circa il 50% e dispone di ulteriore capacità di raffinazione negli Stati Uniti per lavorare fino a 100.000 barili al giorno di greggio venezuelano.

 

ENI e Repsol: crediti in aumento e rilancio produttivo

ENI produce gas dal giacimento offshore Perla, in joint venture paritetica con Repsol attraverso la società Cardón IV. Il gas è destinato alla produzione elettrica in Venezuela. La società ha dichiarato che a giugno 2025 il Venezuela le doveva 2,3 miliardi di dollari, cifra salita a circa 3 miliardi entro fine anno, anche a causa della revoca delle licenze statunitensi che consentivano il recupero dei crediti tramite carichi di greggio PDVSA.

Repsol, che detiene partecipazioni in diversi giacimenti onshore e offshore tra cui Petroquiriquire e Cardón IV West, vanta un’esposizione complessiva verso lo Stato venezuelano di 4,55 miliardi di euro. La società ha svalutato circa 3,6 miliardi nel corso degli anni. Sul piano operativo, il gruppo spagnolo punta ad aumentare del 10% la produzione di gas, fino a circa 640 milioni di piedi cubi al giorno, e ritiene di poter incrementare la produzione petrolifera del 50% in un anno, con la prospettiva di triplicarla entro tre anni.

 

Contenziosi aperti con ConocoPhillips ed ExxonMobil

Il capitolo arbitrati resta centrale. ConocoPhillips cerca di recuperare circa 12 miliardi di dollari per l’esproprio dei propri asset durante l’era Chávez. Finora ha incassato 794 milioni di dollari in relazione a un lodo arbitrale, ma le azioni legali proseguono.

ExxonMobil non è più operativa in Venezuela dopo aver rifiutato di convertire i propri progetti in joint venture con PDVSA. Un tribunale statunitense ha riconosciuto l’obbligo di Caracas di pagare 984,5 milioni di dollari per vecchi contenziosi legati ai progetti Cerro Negro e La Ceiba. Tuttavia, il CEO Darren Woods ha definito il Paese “non investibile” in assenza di profonde riforme, pur sottolineando la capacità tecnologica del gruppo di estrarre greggio pesante a costi inferiori.

 

Petrolio Venezuela: la presenza cinese e la ritirata della Russia

La Cina resta uno dei principali partner energetici del Venezuela. Le statali CNPC e Sinopec sono presenti tramite joint venture, mentre la società privata China Concord Resources Corp ha pianificato investimenti superiori a 1 miliardo di dollari per portare la produzione di due giacimenti a 60.000 barili al giorno entro fine 2026.

Tuttavia, funzionari statunitensi hanno recentemente indicato che società di Cina, Russia e Iran non saranno più benvenute nel Paese. Sul fronte russo, nel 2020 Rosneft ha ceduto le proprie partecipazioni venezuelane a una società statale meno nota, Roszarubezhneft, per evitare il rischio di sanzioni secondarie.

 

 

 

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