Dopo le tensioni degli ultimi giorni, oggi i prezzi del petrolio sono in lieve discesa. Il Brent è scambiato intorno a 88,50 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate quota poco oltre gli 82 dollari. I mercati stanno pesando, da un lato, i tentativi di mediazione per mettere fine agli attacchi incrociati tra Stati Uniti e Iran; dall'altro, la recente escalation, aggravata dalle minacce degli Houthi in Yemen di imporre un blocco navale all'Arabia Saudita.
Reuters ha riportato che Teheran ha ricevuto dai mediatori una proposta di tregua di 10 giorni nel tentativo di salvare l'accordo firmato il 17 giugno con Washington per un cessate il fuoco di 60 giorni. L'iniziativa è seguita a un'altra notte di bombardamenti degli Stati Uniti contro le città iraniane, mentre le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno colpito obiettivi militari americani in Medio Oriente. Gli analisti di ING vedono una speranza di de-escalation, ma sottolineano che il percorso rimane molto complesso a causa delle profonde divergenze tra le parti e delle minacce di ritorsione di Donald Trump dopo la morte di alcuni militari statunitensi.
In questo contesto, il pericolo di prolungate interruzioni delle esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz si fa più concreto, specialmente se gli Houthi dovessero attuare un blocco navale all'Arabia Saudita. Il traffico navale attraverso lo stretto del Golfo Persico è diminuito sensibilmente negli ultimi giorni. Secondo i dati riportati da Lloyd's List Intelligence, si sono registrati solo 53 transiti di navi nella settimana conclusa il 20 luglio, in calo del 66% rispetto ai 157 della settimana precedente.
Petrolio: ecco perché i prezzi non impazziscono
Da quando è scoppiata la guerra tra Stati Uniti e Iran, alla fine di febbraio 2026, i prezzi del petrolio hanno evidenziato un forte rialzo culminato nel massimo di 126 dollari al barile toccato ad aprile. Molti analisti avevano previsto un'incursione fino addirittura a 200 dollari, sulla base dell'ipotesi che un quinto del commercio mondiale di petrolio che transita attraverso la foce del Golfo sarebbe stato escluso a lungo dai mercati internazionali. In realtà, oltre il picco di aprile le quotazioni non sono andate. Basti pensare che, dopo l'inizio del conflitto tra Russia e Ucraina nel febbraio 2022, il greggio era arrivato fino a 140 dollari al barile.
Ma perché le stime degli analisti sono state disattese? Gli esperti del settore imputano questo a cinque fattori.
Innanzitutto, la Cina, il maggiore importatore di petrolio del mondo, ha ridotto sorprendentemente le importazioni al livello più basso degli ultimi dieci anni nel mese di giugno. Ciò è avvenuto in concomitanza con la crescente diffusione dei taxi elettrici al posto delle auto private.
In secondo luogo, gli Stati Uniti hanno aumentato la produzione, estraendo una quota record di 13,93 milioni di barili al giorno nel mese di aprile. Non solo. Washington ha messo mano alle riserve strategiche nazionali, rilasciando a marzo una quota mai vista di 400 milioni di barili. Tutto ciò è stato estremamente importante, dal momento che gli USA sono il maggiore produttore mondiale di petrolio. In questo modo, quindi, hanno attenuato gli effetti dell'interruzione dell'offerta.
In terzo luogo, ha contribuito molto la comunicazione di Trump, che ha annunciato ripetutamente accordi di pace e la ripresa del traffico attraverso Hormuz, cosa che è anche avvenuta. Giocoforza, molti trader hanno evitato di prendere posizioni nette al rialzo sul petrolio. "Oggi tutti sono rialzisti, ma nessuno è realmente esposto con posizioni lunghe", ha affermato Ilia Bouchouev dell'Oxford Institute for Energy Studies.
Quarto, l'Arabia Saudita, principale esportatore del Golfo, ha compensato in parte la riduzione dell'export attraverso lo Stretto di Hormuz, aumentando sensibilmente le spedizioni dal porto di Yanbu, sul Mar Rosso.
Infine, sul mercato fisico con consegna immediata esiste ancora un'ampia disponibilità di greggio, il che ha limitato la reazione violenta dei prezzi a ogni escalation del conflitto in Medio Oriente.