Il rischio climatico torna a pesare sulle materie prime agricole in una fase già segnata da forti tensioni sulle catene di approvvigionamento. Le difficoltà nei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz hanno spinto i costi di fertilizzanti, carburanti e oli alimentari, la guerra in Ucraina continua a condizionare le esportazioni di cereali dal Mar Nero e siccità e incendi hanno colpito aree produttive dall’Australia all’Europa. Su questo equilibrio fragile si innesta ora El Niño.
I dati NOAA citati da ING indicavano a giugno un’anomalia di +1,5 °C delle temperature superficiali del mare nella regione di riferimento del Pacifico, il valore più alto per quel mese dal 1982. La stessa analisi assegnava una probabilità del 97% alla prosecuzione del fenomeno fino all’inizio del 2027 e dell’81% a un episodio molto forte tra ottobre e dicembre 2026.
I primi segnali di stress sono già visibili in alcune filiere. Le restrizioni sulla pesca dell’acciuga peruviana hanno contribuito a un aumento superiore al 75% su base annua dei prezzi della farina di pesce, voce che pesa in modo rilevante sui costi dell’acquacoltura asiatica. Anche la logistica è sotto osservazione, con livelli idrici più bassi che possono ridurre la capacità di transito in snodi come il Canale di Panama.
Cos’è El Niño e perché può muovere le commodity
El Niño nasce da un riscaldamento anomalo delle acque del Pacifico tropicale e tende a ripresentarsi ogni due-sette anni, con episodi che possono protrarsi fino a 18 mesi. L’indebolimento degli alisei favorisce l’accumulo di acqua calda nel Pacifico centrale e orientale e modifica la distribuzione di piogge e temperature su scala globale.
Per i mercati agricoli il punto decisivo è la geografia. Sud e Sud-est asiatico sono esposti a monsoni più deboli e caldo più intenso, con rischi per riso, zucchero, olio di palma e caffè. L’Africa occidentale deve fare i conti con precipitazioni irregolari e stress termico che possono incidere su cacao e caffè.
In Australia il grano resta uno dei fronti più sensibili. WisdomTree stima per il 2026/27 un possibile ammanco di circa 9 milioni di tonnellate sul raccolto australiano. ING ricorda che nei precedenti episodi le flessioni nazionali sono state molto severe, dal -58% del 2002/03 al -36% del 2023/24.
Sullo zucchero, Schroders osserva che nei precedenti El Niño la produzione di India e Thailandia è arrivata a perdere il 20-30%.
Gli analisti misurano il rischio
C’è poi una variabile temporale che interessa direttamente chi opera sulle commodity. Il danno sui raccolti non deve necessariamente coincidere con il massimo dell’anomalia climatica. Secondo WisdomTree, la fase di maggiore pressione agricola tende a materializzarsi 6-12 mesi dopo il culmine climatico.
Le letture degli analisti convergono sulla maggiore vulnerabilità regionale, ma divergono sull’ampiezza dello shock globale. ING ritiene eccessivi gli scenari più allarmistici per l’offerta agricola mondiale. La banca sottolinea che irrigazione, tecnologia delle sementi e monitoraggio satellitare hanno ridotto la sensibilità dei raccolti rispetto a 30-40 anni fa. La porzione dei terreni coltivati dotata di sistemi irrigui è salita dall’11% del 1980 al 22% del 2023 e l’effettivo utilizzo di quelle superfici è cresciuto da circa il 65% a quasi l’83%. Le scorte globali di cereali vengono considerate un cuscinetto importante, con l’Asia-Pacifico indicata come area di rischio principale.
Schroders presenta uno scenario più severo. Se le correlazioni storiche tenessero, la casa arriva a ipotizzare quotazioni alimentari globali circa doppie nell’arco dei successivi 12 mesi o poco più, pur ricordando che il proprio modello aveva esagerato l’effetto del 2023. Nell’ipotesi di un +50% dell’indice FAO entro dicembre, Schroders vede il tasso food del G7 oltre il 10% nel 2027, con un contributo superiore a 1 punto percentuale alla dinamica complessiva dei prezzi. In un contesto in cui le principali Banche centrali stanno considerando di rialzare i tassi, JP Morgan quantifica per un episodio severo un possibile impatto di circa 0,7 punti percentuali sull’inflazione alimentare globale al picco.
WisdomTree sposta l’attenzione sulla distribuzione dei rischi. Durante l’episodio 2023-2024 il cacao guadagnò il 250%, lo zucchero raggiunse quotazioni che non si vedevano da più di dieci anni e alcuni Paesi esportatori limitarono le vendite di riso oltreconfine. La tesi non prevede un rialzo automatico di tutte le commodity agricole. Il rischio appare più concentrato sulle soft commodity e sulle colture perenni, dove una stagione negativa può lasciare conseguenze più persistenti.
Barclays concentra invece il focus sul cacao, che nel proprio modello emerge tra le colture più vulnerabili insieme a caffè e riso. A pesare è anche la concentrazione dell’offerta: Costa d’Avorio e Ghana rappresentano rispettivamente il 44% e il 15% della produzione mondiale (Cacao: El Niño minaccia l’offerta, cosa aspettarsi).
Il trade non è sull’agricoltura, ma sulla dispersione
Per gli investitori, El Niño non equivale a una scommessa rialzista indistinta sull’intero comparto agricolo. La storia dei precedenti cicli mostra forti differenze tra colture e regioni. Argentina e alcune aree degli Stati Uniti meridionali possono beneficiare di maggiori precipitazioni. Asia, Australia e Africa occidentale restano più vulnerabili. Grano e mais dispongono di scorte globali relativamente più robuste. Cacao, caffè, zucchero e altre soft commodity presentano un profilo più asimmetrico.
Sul fronte operativo, ING indica una serie di segnali da seguire: temperatura delle acque del Pacifico, andamento del monsone indiano, livelli dei bacini in India e Thailandia, portata del Mekong, incendi in Indonesia e sbarchi di acciughe nei porti peruviani.