Dazi Trump: nuove tariffe su 60 Paesi, UE nel mirino | Investire.biz

Dazi Trump: nuove tariffe su 60 Paesi, UE nel mirino

24 lug 2026 - 10:42

24 lug 2026 - 10:49

Le nuove tariffe, tra il 10% e il 12,5%, colpiscono 60 partner commerciali degli Stati Uniti. I dazi di Trump cambiano base giuridica dopo lo stop della Corte Suprema

Puntuali, i dazi di Trump si rinnovano proprio nell'istante in cui il regime precedente si esaurisce. A mezzanotte di venerdì Washington ha fatto scattare nuove tariffe comprese tra il 10% e il 12,5% su 60 Paesi, sostituendo di fatto i dazi globali temporanei al 10% giunti al termine del loro ciclo vitale. Tra i colpiti figurano Regno Unito, Messico, Unione Europea, Giappone, Taiwan e Corea del Sud.

L'amministrazione aveva bisogno di una nuova base normativa dopo che la Corte Suprema aveva bocciato, mesi fa, l'impianto tariffario nato dal "Liberation Day" dell'aprile 2025. Il precedente scudo, costruito sulla Sezione 122 del Trade Act, portava con sé un timer di 150 giorni, in scadenza proprio il 24 luglio.

Da qui la necessità di un nuovo fondamento giuridico, individuato nella Sezione 301 dello stesso Trade Act del 1974, la stessa norma che consente di evitare il ricorso ai poteri d'emergenza già dichiarati inconcusso da tribunali e Corte Suprema (Section 301 of the Trade Act of 1974).

 

 

Dazi Trump, i numeri: aliquote, esenzioni e copertura commerciale

Secondo l'Ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti (USTR Takes Action in Forced Labor Section 301 Investigations), le nuove misure coprono il 99,4% dell'interscambio USA, cifra che dà la dimensione dell'operazione. La giustificazione ufficiale ha un impianto etico: i 60 Paesi non avrebbero vietato con efficacia l'importazione di beni realizzati con lavoro forzato.

Restano fuori dal perimetro petrolio, gas naturale, fertilizzanti e altri beni non prodotti sul suolo americano, oltre ai prodotti già soggetti a dazi per motivi di sicurezza nazionale, come acciaio e alluminio, disciplinati dalla Sezione 232.

Un funzionario dell'amministrazione ha precisato che le nuove tariffe non si sommeranno a quelle già esistenti su questi comparti. Previste anche deroghe per le merci scambiate nell'ambito dell'accordo del 2020 tra Stati Uniti, Canada e Messico.

La sequenza si inserisce in un'escalation più ampia: lunedì Trump aveva annunciato dazi al 50% su alcune merci canadesi, mentre la scorsa settimana era toccato al Brasile con tariffe al 25%.

 

 

Le voci da Washington a Bruxelles: dichiarazioni e implicazioni

Sul fronte politico interno, il deputato democratico Richard Neal, principale esponente dell'opposizione nella commissione commercio, ha parlato di una giustificazione "troppo comoda per essere credibile", accusando la Casa Bianca di rovistare tra le norme pur di mantenere in vita l'impianto tariffario.

Diverso il tono di un alto funzionario dell'amministrazione, che ha definito la misura "la più ampia azione a tutela dei diritti dei lavoratori mai adottata da un Paese". Il rappresentante commerciale Jamieson Greer, in un'audizione al Senato, ha ribadito l'intenzione di proseguire con dazi e trattative per sostenere la reindustrializzazione, proteggere i salari e ridurre il deficit commerciale.

Da Bruxelles, un portavoce della Commissione europea ha osservato che le nuove tariffe risultano coerenti con l'accordo commerciale siglato nel 2025, quando l'UE aveva accettato di azzerare i dazi sui beni industriali americani in cambio di un tetto al 15% sulle proprie esportazioni verso gli USA.

Il ministero degli Esteri cinese ha ribadito l'opposizione a ogni forma di dazio unilaterale, sottolineando che le guerre commerciali non premiano nessuno. Il portavoce del governo giapponese Minoru Kihara ha bollato come deplorevole la nuova ondata di tariffe, mentre il ministro del Commercio australiano Don Farrell ha definito ingiustificato il 12,5% imposto a Canberra, ritenendolo incompatibile con l'accordo di libero scambio in vigore tra i due Paesi. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri di Singapore Vivian Balakrishnan, secondo cui mancherebbe qualsiasi base tecnica o economica per colpire l'economia della città-stato.

Il quadro che emerge conferma una traiettoria ormai nota: dopo lo stop giudiziario dei mesi scorsi, Washington non ha abbandonato l'idea dei dazi, ha semplicemente cambiato involucro normativo. Per gli investitori il tema resta lo stesso, cioè quanto a lungo reggerà questa nuova architettura giuridica prima di finire sotto la lente di un tribunale, mentre le imprese esportatrici devono ricalibrare margini e listini su un'incognita che, per ora, non accenna a diradarsi.

 

 

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