La filosofia di investimento di Philip Fisher si è sempre basata sulla pazienza. Il grande investitore ed economista, nonché mentore di Warren Buffett, sosteneva che l’attività di un investitore, per essere di successo, dovesse essere valutata nel lungo periodo. Di conseguenza, escludeva tutte quelle azioni che potevano salire e scendere nell’arco di poco tempo solo perché oggetto di speculazione momentanea. Per verificare se la scelta di un’azione fosse stata quella giusta, Fisher si affidava a quella che definiva la “regola dei tre anni”.
Philip Fisher: la regola dei tre anni e le sue caratteristiche
Quando Philip Fisher acquistava un’azione, o lo faceva per conto dei suoi clienti, riteneva che i risultati non dovessero essere giudicati dopo un mese o un anno, bensì alla fine di un ciclo di tre anni. Se, al termine del triennio, la performance non era soddisfacente, Fisher vendeva l’azione.
In sostanza, egli riteneva che il successo o l’insuccesso dopo un solo anno potesse essere frutto della fortuna o di eventi accidentali. Se il titolo aveva reso meno delle aspettative dopo due anni, ma nulla era cambiato nella sua visione originaria dell’azienda, lo manteneva in portafoglio per un ulteriore anno. Qualora invece, al terzo anno, il rendimento continuasse a essere deludente, era giunto il momento di liberarsene.
Nella storia finanziaria di Fisher, come egli stesso ha affermato nei suoi scritti, sono stati pochi i casi in cui ha venduto un’azione unicamente in base alla regola dei tre anni. Il fatto di aver mantenuto i titoli non significava necessariamente che la performance dopo il triennio fosse eccezionale. Più spesso, nel frattempo, emergevano nuove informazioni sull’azienda che lo inducevano a cambiare opinione.
Fisher era tra coloro che, come Benjamin Graham e Warren Buffett, sosteneva che le azioni di una società straordinaria potessero essere detenute in portafoglio anche per tutta la vita. In ogni caso, quando Fisher decise di vendere al termine del ciclo, l’andamento successivo dei titoli non gli causò mai rimpianti.
L’eccezione alla regola
In un’unica occasione Fisher violò la regola dei tre anni. Accadde a metà degli anni Settanta con le azioni della Rogers Corporation, storica società industriale statunitense specializzata in materiali ingegnerizzati ad alte prestazioni. L’azienda era leader in alcune aree dei polimeri e, come ha raccontato Fisher, egli era convinto che stesse sviluppando prodotti semi-esclusivi destinati a incrementare le vendite per decenni. Dopo tre anni, tuttavia, gli utili risultavano in calo, così come il prezzo delle azioni in Borsa.
Perché Fisher non vendette, facendo un’eccezione alla regola? Diversi fattori contribuirono alla decisione. Innanzitutto, la grande stima che nutriva per il presidente della società, Norman Greenman, dotato di capacità straordinarie e di un’onestà tale da non nascondere le cattive notizie, permettendo agli investitori di conoscere pienamente ciò che accadeva all’interno di Rogers.
In secondo luogo, il calo dei profitti era dovuto a ingenti investimenti nello sviluppo di un determinato prodotto, a scapito di altri progetti eccellenti con grandi potenzialità. Quando il management decise di abbandonare quel progetto, poté concentrarsi su innovazioni molto più promettenti. Infine, il prezzo delle azioni era sceso a livelli irragionevoli rispetto al fatturato di Rogers, ai suoi asset e alle sue potenzialità di profitto.
Come andò a finire? L’esito fu positivo: la svolta arrivò, il mercato si accorse del valore reale della società e le azioni Rogers intrapresero un deciso percorso di risalita.