Quando si parla di intelligenza artificiale moderna, è praticamente impossibile non nominare OpenAI, l’organizzazione che ha portato strumenti come ChatGPT a centinaia di milioni di persone. Ma dietro al nome di OpenAI c’è una storia tanto affascinante quanto complessa, fatta di grandi ambizioni, rapidi successi, scelte di governance controverse e continue trasformazioni.
Open AI e le origini: un sogno no-profit
OpenAI nasce nel dicembre 2015 come organizzazione senza scopo di lucro con una missione ambiziosa e idealista: sviluppare un’intelligenza artificiale generale (AGI) di cui potesse beneficiarne tutta l’umanità. Questa intenzione etica di creare un AI potente ma sicura rifletteva l’attenzione dei fondatori per i potenziali rischi di una tecnologia capace di superare le capacità umane nei lavori economicamente più significativi.
Tra i fondatori spiccavano i nomi di
Sam Altman, allora presidente di Y Combinator, ed
Elon Musk, che misero in piedi un progetto ambizioso insieme a imprenditori e ricercatori di calibro internazionale. L’idea era semplice e forte:
condividere liberamente i progressi nella ricerca sull’AI invece di lasciarli in mano a poche grandi aziende tecnologiche.
OpenAI: la prima svolta con la creazione della “capped-profit”
Ben presto però si rese chiaro che la sola struttura no-profit non avrebbe potuto sostenere l’enorme costo per sviluppare sistemi di intelligenza artificiale di livello avanzato. L'entità di risorse necessarie per infrastrutture di calcolo, data center e attrarre talenti appariva ben oltre le capacità del modello no-profit tradizionale.
Così nel 2019 OpenAI ha creato una filiale a scopo di lucro con profitto limitato, nota come capped-profit, progettata per raccogliere investimenti esterni mantenendo però un “tetto” sul ritorno per gli investitori. L’organizzazione no-profit originaria controllava questa entità, combinando così la ricerca etica con la possibilità di accesso a capitali privati.
Questo modello ibrido - con un braccio no-profit che governa una società commerciale - era il tentativo di bilanciare le esigenze di missione e le spese enormi di sviluppo. In termini concreti, gli investitori potevano ottenere ritorni fino a un limite prestabilito, dopo il quale qualsiasi profitto sarebbe stato destinato alla missione no-profit.
OpenAI: il boom di ChatGPT e la crescita esplosiva
La vera svolta arrivò nel novembre 2022, quando OpenAI lanciò ChatGPT, una versione consumer-friendly dei suoi modelli linguistici basati sulla tecnologia GPT. In pochi mesi, ChatGPT divenne un fenomeno globale, trasformando il modo in cui persone, imprese e istituzioni pensano all’intelligenza artificiale. Strumenti basati su GPT-4 e successivi hanno trovato applicazioni in education, medicina, programmazione e persino intrattenimento.
Quest’adozione rapida ha portato a una crescita enorme di utenti (oltre 800 milioni di utenti settimanali stimati a fine 2025) e ha consolidato OpenAI come una delle realtà più influenti nel panorama tecnologico globale.
Una trasformazione controversa: verso il profitto pieno
Nonostante il modello capped‑profit iniziasse a dare i suoi frutti, la questione del fabbisogno di capitali sempre più vasto è rimasta centrale. Nel corso del 2024 e 2025, OpenAI ha pesato l’idea di trasformarsi ulteriormente in una società a scopo di lucro tradizionale, in grado di raccogliere investimenti con termini convenzionali e attirare risorse enormi per competere con giganti come Google e Apple nella corsa all’AI. Dopo mesi di dibattiti, discussioni con autorità legali e critiche da parte di stakeholders e osservatori, nell'ottobre 2025 OpenAI ha completato una significativa ristrutturazione aziendale. La struttura è ora divisa in due entità principali:
- OpenAI Foundation: il ramo no-profit che mantiene il controllo e una partecipazione significativa nella parte commerciale.
- OpenAI Group PBC (Public Benefit Corporation): la nuova entità a scopo di lucro, che combina la capacità di generare profitto con l’obbligo legale di considerare un impatto sociale e pubblico positivo.
Secondo l’accordo, la OpenAI Foundation detiene circa il 26% della nuova società, mentre Microsoft, storico partner e investitore, possiede circa il 27%. Il restante 47% è in mano a dipendenti, ex dipendenti e altri investitori. Questa transizione rappresenta un compromesso tra la tradizione no-profit originaria e le esigenze di una società che deve competere su scala globale, raccogliendo capitali per sviluppare tecnologie sempre più sofisticate.
OpenAI: le ragioni della trasformazione e le critiche
Il passaggio verso una Public Benefit Corporation non è stato privo di polemiche. Alcuni critici - incluso lo stesso co‑fondatore Elon Musk in precedenti anni - hanno sostenuto che questa evoluzione tradisce la missione originaria di sviluppare un’AI che favorisca tutta l’umanità, mettendo invece l’attenzione sugli interessi degli investitori e dei mercati.
Altri osservatori sottolineano come la struttura PBC, pur mantenendo un mandato di “beneficio pubblico”, non vincoli legalmente la società a priorizzare il bene sociale sopra il profitto. Questo potenziale squilibrio tra missione e business è visto da alcuni come una minaccia alla trasparenza e agli obiettivi etici iniziali.
Cosa significa questa svolta per il futuro dell’AI
La nuova struttura consente a OpenAI di raccogliere capitali molto più facilmente. Un elemento chiave se si considerano le enormi risorse necessarie per sviluppare versioni sempre più avanzate dei modelli di intelligenza artificiale, inclusa la tanto rincorsa Artificial General Intelligence (AGI).
OpenAI ha anche iniziato ad assumere ruoli più tradizionali di leadership aziendale. Ad esempio, di recente ha nominato Denise Dresser, ex amministratore delegato di Slack, come Chief Revenue Officer, un segnale chiaro della sua crescente attenzione verso la sostenibilità finanziaria e l’adozione di modelli commerciali consolidati.
Ultime novità: investimenti e partnership
OpenAI ha stretto contratti “circolari” giganteschi con partner come Nvidia, Oracle e CoreWeave, che intrecciano investimenti, fornitura di potenza di calcolo e sviluppo infrastrutturale in modo molto ravvicinato. Con Nvidia ha siglato una partnership strategica per implementare almeno 10 gigawatt di sistemi GPU. Secondo l'accordo, il gigante dei chip può arrivare a investire fino a 100 miliardi di dollari man mano che la capacità viene attivata, consolidando il ruolo di fornitore e finanziatore nelle infrastrutture AI di OpenAI.
Con Oracle, OpenAI ha firmato un accordo per sviluppare fino a 4,5 GW di data center nell’ambito del progetto "Stargate", il gigantesco progetto da 500 miliardi di dollari sostenuto dal governo USA per investire in infrastrutture AI negli Stati Uniti. Gli investimenti stimati di OpenAI nella partnership con Oracole ammontano a oltre i 300 miliardi di dollari nei prossimi anni, spingendo la costruzione di capacità cloud su larga scala negli Stati Uniti.
Infine, con CoreWeave il contratto si concentra sull’accelerazione dell’infrastruttura di calcolo vera e propria: l’accordo è stato ampliato nel 2025 fino a circa 6,5 miliardi di dollari, portando il totale a oltre 22 miliardi di dollari. L'obiettivo è fornire capacità di training e deployment dei modelli AI più esigenti.
Un altro sviluppo recente riguarda la decisione di Disney di investire 1 miliardo di dollari in OpenAI e di siglare un accordo di licensing per utilizzare più di 200 personaggi dei suoi franchise nei prodotti generativi di OpenAI come Sora, la piattaforma di generazione video. Questa partnership non solo porta risorse fresche nelle casse di OpenAI, ma segna anche l’inizio di una collaborazione fra media tradizionali e tecnologie AI generative, aprendo nuove frontiere nel mondo dell’intrattenimento.
In meno di un decennio, OpenAI è passata dall’essere un laboratorio no-profit idealista a una delle società più influenti e valutate al mondo nel campo dell’intelligenza artificiale. La sua evoluzione riflette le tensioni intrinseche tra eticità della tecnologia e realtà economica, tra desiderio di innovare per il bene comune e necessità di competere in un mercato globale dominato dal capitale. Lo spettro dell’Artificial General Intelligence rimane la bussola della sua missione, ma l’adozione di una struttura che integra profitto e beneficio pubblico mostra quanto complesso sia il cammino verso una tecnologia che promette tanto benefici quanto potenziali rischi.