Nel mese di settembre, il tasso di inflazione nell'area di Tokyo è salito al 2,7% su base annua a settembre, dall'1,8% di agosto e sopra le attese, fissate al 2,4%. Per il dato si tratta del ritmo più veloce degli ultimi dieci mesi. È il tipo di indicazione che dovrebbe spingere la Banca del Giappone (BoJ) verso un nuovo rialzo dei tassi, portati all'1,25% a settembre, il livello più alto in 31 anni. Eppure lo yen resta debole: nei giorni scorsi i mercati avevano già ridotto le scommesse su una mossa già nella prossima riunione della BoJ (Calendario riunioni BoJ 2026: i meeting della Bank of Japan).
Perché la BoJ non alza i tassi nonostante l'inflazione?
La risposta è nella "Summary of Opinions" della riunione di settembre, diffusa dalla BoJ qualche giorno fa: il board è diviso. Una parte dei membri chiede di accelerare il ritmo dei rialzi per evitare che i prezzi oltrepassino ulteriormente l'obiettivo del 2%, citando i rischi legati al petrolio, all'intelligenza artificiale e al cambio. Un'altra parte giudica l'inflazione ancora sotto quella soglia e considera prematuro un nuovo rialzo immediato.
A complicare il quadro è arrivato anche il governo giapponese: un rappresentante dell'Ufficio di gabinetto ha chiesto alla Banca centrale di valutare con attenzione gli "effetti cumulativi" dei rialzi già fatti, secondo la stessa sintesi. È stata soprattutto questa cautela, più del dato sull'inflazione, a convincere gli operatori a spostare le attese sul rialzo successivo a dicembre.
Cosa deve succedere perché la BoJ torni ad alzare i tassi il 29 ottobre?
Tre condizioni, non un Consiglio operativo. La prima è che il dato sull'inflazione nazionale, che di solito conferma con qualche settimana di ritardo quanto anticipato dall'indice di Tokyo, mostri la stessa accelerazione. La seconda è che i consumi, il punto debole citato dai membri più cauti del board, non si raffreddino nel frattempo. La terza è che il governo non torni a chiedere pause, come ha già fatto a settembre.
Alla riunione del 29 e 30 ottobre la BoJ pubblicherà anche il suo rapporto trimestrale sulle prospettive economiche, che il mercato guarderà per capire se la maggioranza del board si sta davvero compattando sui falchi o se la cautela del governo ha avuto la meglio.
Cosa c'entra lo yen con la vendita globale di obbligazioni?
Ieri il rendimento del decennale giapponese (JGB) è salito fino al 3,126%, il massimo in 30 anni, mentre quello del Treasury decennale americano è arrivato al 5,34% facendo registrare il mese peggiore in quattro anni. È lo stesso movimento di vendita sui titoli di Stato, in Giappone come negli Stati Uniti, a spingere in alto anche il dollaro sulle altre valute: quando i rendimenti salgono ovunque, agli investitori conviene restare sul dollaro invece di tornare su yen ed euro.
Secondo i dati estratti dalla piattaforma Forecaster.biz, dal 1° settembre sia gli operatori non commerciali sia i fondi a leva (la componente più attiva degli speculatori sui future) hanno ribaltato rapidamente il posizionamento sullo yen, passando da lunghi a corti: una scommessa ribassista sulla valuta giapponese, quindi rialzista sul cambio USD/JPY, coerente con l'indebolimento osservato in queste settimane. Il Market Mood Meter della piattaforma segna oggi un valore neutro, a 21 punti, né ipercomprato né ipervenduto sul cambio.
Cosa rischia chi ha investimenti legati allo yen?
Un rialzo rimandato a dicembre tiene in vita, nel breve, il carry trade: prendere in prestito yen a basso costo per investire in valute che rendono di più. Ma allunga anche il tempo di esposizione a un'inversione improvvisa, se la BoJ dovesse sorprendere i mercati come già accaduto in passato con lo stesso carry trade sullo yen. La prossima verifica arriva il 29 e 30 ottobre, quando il board tornerà a riunirsi: se la spaccatura vista a settembre si sarà ricomposta verso i falchi, lo yen avrà la sua occasione per invertire la rotta.