OPEC: nascita, storia e sviluppo del cartello del petrolio | Investire.biz

OPEC: nascita, storia e sviluppo del cartello del petrolio

Questa settimana è ricorso il 60esimo anniversario dell'OPEC. Ripercorriamo le vicende che hanno interessato il cartello dalla sua nascita fino ai giorni nostri

In sessant'anni d'attività l'OPEC ha vissuto una storia costellata di grandi successi come la contrapposizione alle Sette Sorelle, ma anche di momenti di grave crisi come quella degli shock petroliferi degli anni '70 o della pandemia degli utlimi mesi. Viviamo insieme in questo racconto tutti gli episodi salienti e come questa organizzazione sia ancora in grado di guidare il prezzo del petrolio.

 

OPEC: le origini

L'OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) fu fondata il 14 settembre 1960 da cinque Paesi esportatori di petrolio con lo scopo di concordarne il prezzo. Tali Paesi erano Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela. Proprio su iniziativa di quest'ultimo durante una conferenza a Baghdad si diede vita al cartello. Inizialmente la sede fu stabilita a Ginevra, ma a partire dal 1°settembre del 1965 fu spostata a Vienna e quella rimase fino ai giorni nostri.

Il motivo conduttore che spinse gli Stati a unirsi in un'organizzazione del genere fu rappresentato dal fatto che in quegli anni le aziende petrolifere inglesi e americane esercitavano un certo predominio sul mercato del greggio. Infatti nel 1928 fu siglato l'accordo di Achnacarry con cui tali compagnie, denominate le Sette Sorelle, formarono una sorta di cartello con cui stabilirono in maniera unilaterale le quote di estrazione di petrolio e il prezzo da pagare ai Paesi produttori dell'area mediorientale. Il problema era che le Sette Sorelle imposero una produzione inferiore rispetto alle capacità estrattive dei produttori e questo generava profitti per le compagnie ma minori introiti per gli esportatori.

Il 30 aprile 1959 arrivò la goccia che fece traboccare il vaso. Il Presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower promulgò il Mandatory Oil Import Quota Program, meglio conosciuto come MOIQP. Secondo questo programma l'import di petrolio non doveva superare il 9% del fabbisogno complessivo statunitense. Questo produsse come effetto l'indipendenza degli Stati Uniti dal petrolio medio-orientale, avvantaggiando allo stesso tempo le lobby americane.

A rimetterci fu soprattutto il Venezuela che all'epoca rappresentava il maggiore esportatore di oro nero per gli USA. Proprio per questo motivo il Paese guidato allora dal Presidente Rómulo Betancourt, si rese protagonista dell'iniziativa per la nascita dell'OPEC, facendo leva sull'insoddisfazione degli Stati arabi che vi parteciparono.

 

OPEC: gli shock petroliferi degli anni 70

La creazione di questo cartello cambiò radicalmente le carte in tavola perché da quel momento fu l'OPEC a regolare le quote che ogni Paese aderente doveva avere e di conseguenza a influenzare il prezzo della materia prima. Emblematico fu il primo grande shock petrolifero dell'ottobre del 1973 quando l'OPEC si mise deliberatamente contro quegli Stati dell'Occidente schierati a favore di Israele nella guerra contro Egitto e Siria.

La decisione di non inviare il greggio a quelle Nazioni fece schizzare il prezzo del petrolio del 70% che si mantenne a quei livelli per 5 mesi. Nel frattempo erano entrati a far parte del cartello il Qatar nel 1961, la Libia e l'Indonesia nel 1962, gli Emirati Arabi Uniti nel 1967, l'Algeria nel 1969, la Nigeria nel 1971 e l'Ecuador nel 1973. Due anni più tardi entrò nell'organizzazione il Gabon.

Dopo lo shock comunque i prezzi del petrolio si mantennero alti per tutto il periodo degli anni 70 fino a quando il secondo shock petrolifero di fine decennio non portò i vari Stati a livello mondiale ad adottare delle misure per ridurre la dipendenza dal petrolio importato dall'OPEC.

Molti Paesi investirono ingenti risorse per sviluppare fonti alternative come l'energia nucleare, il carbonio e il gas naturale. Inoltre furono intensificati i programmi di esplorazione di giacimenti petroliferi in Siberia, Alaska e Messico, quindi fuori dal perimetro OPEC.

Negli anni questo inevitabilmente ridusse la domanda di greggio comportando un calo della quota di mercato del cartello, che crollò di 20 punti percentuali dal '79 all'85. Il vento era cambiato e l'Arabia Saudita, leader indiscusso del gruppo, nel 1982 propose una drastica riduzione dell'offerta per aumentare i prezzi. Ricevendo un NO da diversi membri dell'OPEC, il Paese saudita decise di ridurre da par suo l'output da 10 milioni di barili al giorno a soli 3 milioni.

La mossa si rivelò inefficace e a quel punto l'Arabia Saudita invase il mercato di greggio a forte sconto facendone crollare il prezzo fino a 10 dollari al barile. I membri del cartello riluttanti alla riduzione dell'offerta si adeguarono per paura di uscire dal mercato e nel 1986 limarono la produzione in base alle quote che erano state negoziate in seno all'organizzazione.

 

OPEC: la guerra del Golfo e la crisi asiatica

La perdurante guerra tra Iran e Iraq negli anni 80 però non giocò a favore dei prezzi del petrolio che si abbassarono nonostante i tentativi di una coesione all'interno dell'OPEC che non c'era più. A nulla valse la pressione del presidente iracheno Saddam Hussein per spingere l'organizzazione a terminare la sovrapproduzione di greggio, cercando di riequilibrare il mercato.

La guerra del Golfo esacerbò la situazione e nel 1992 l'Ecuador decise di uscire dal gruppo in quanto refrattario nel dover pagare 2 milioni di dollari all'anno come quota di iscrizione, anche e soprattutto perché avrebbe voluto un aumento della quota produttiva di sua spettanza. Lo stesso fece il Gabon nel 1995, mentre l'Iraq, pur rimanendo membro, non si adeguò alle quote OPEC a partire dal 1998 fino al 2016.

In questo contesto tutto si poteva dire meno l'alleanza fosse salda, però la crisi asiatica del 1997 diede una scossa ai prezzi del'oro nero gravemente depressi dalle logomachie interne. Finalmente il cartello, insieme a Messico e Norvegia, decise di tagliare la produzione e così fu anche nel 2001, con l'aggiunta di Russia, Oman e Angola, dopo l'ennesimo crollo delle quotazioni.

 

OPEC: l'arrivo dei cinesi e le speculazioni finanziarie degli anni 2000

L'inizio del nuovo millennio vide l'ingresso di un nuovo grande attore protagonista, ma non dal lato dell'offerta, bensì della domanda. La Cina aumentò sempre più la richiesta di petrolio e divenne il più grande importatore di greggio del mondo. Questo, unito alle speculazioni degli investitori sulle materie prime, contribuì a far lievitare le quotazioni della materia prima fino a quando il livello del WTI raggiunse il record di 147 dollari al barile nel 2008.

La volatilità era però troppo alta per via delle speculazioni sui futures, tant'è che alcuni mesi dopo il prezzo del petrolio del Texas crollò nuovamente fino a 32 dollari al barile. All'interno dell'OPEC si creò l'ennesima frattura, con la maggior parte dei componenti che parteggiavano per una riduzione dell'offerta, mentre l'Arabia Saudita si opponeva in quanto temeva che prezzi troppo alti avrebbero portato i Paesi importatori a cercare soluzioni alternative.

Le estreme oscillazioni, incoraggiate dalla guerra civile libica nel 2011 e dalla primavera araba, spinsero il cartello ad assumere almeno verbalmente delle posizioni nette contro gli speculatori. Il 2008 vide comunque l'uscita di scena dell'Indonesia, che abbandonò la truppa in quanto diventato importatore netto. L'anno prima invece entrò l'Angola.

 

OPEC +: la nascita di una nuova alleanza

Nell'ultimo decennio la crescita in Cina cominciò a rallentare e sul mercato petrolifero si venne a creare un eccesso di offerta che proiettò verso il basso i prezzi del greggio. Le diatribe interne all'OPEC riaffiorarono quando gli appelli sempre più convinti di gran parte dei membri di tagliare l'output trovarono l'ennesima opposizione dell'Arabia Saudita. Infatti nella riunione del 27 novembre 2014 il il ministro saudita del petrolio Ali Al-Naimi ribadì che il mercato avrebbe dovuto riequilibrarsi a livelli di prezzo bassi contrastando gli scisti statunitensi che avevano una produzione eccessivamente costosa.

Il 4 dicembre 2015 però durante l'incontro ufficiale a Vienna, l'OPEC certificò che l'eccesso di produzione aveva superato i 2 milioni di barili giornalieri sebbene la guerra in Libia aveva fatto ridurre l'offerta del Paese di Gheddafi di almeno 1 milione di barili.

Preso coscienza di questo si decise per limitare la produzione inefficace, ma il vero primo taglio dal 2008 si ebbe solo nel settembre 2016: 1 milione di barili al giorno. L'accordo prevedeva una durata fino a giugno del 2017, con l'esenzione però di Libia e Nigeria che vivevano una condizione particolare.

Nel dicembre di quell'anno, in occasione dell'incontro ministeriale tra i membri dell'OPEC e altri Paesi che non facevano parte dell'organizzazione, nacque l'OPEC +. Il nuovo organismo coinvolse altri Stati fuori dal cartello con lo scopo di stabilizzare i prezzi del greggio attraverso il controllo delle quote di produzione. I componenti esterni erano rappresentati da Russia, Azerbaijan, Bahrein, Kazakhstan, Malaysia, Messico, Oman e Sudan. Nell'occasione tutti quanti si impegnarono a portare a 1,8 milioni il taglio dei barili al giorno fino a metà 2017.

Il prezzo del petrolio cominciò a risalire lentamente e nel dicembre del 2017 la Nazione guidata da Putin e il cartello annunciarono l'estensione dei tagli fino a tutto il 2018. Nel frattempo entrarono a far parte dell'organizzazione la Guinea nel 2017 e il Congo nel 2018, mentre l'Indonesia, contraria alla riduzione del 5% della propria quota, abbandonò nuovamente in via temporanea gli alleati. Il 2019 vide il ritiro definitivo dell'Ecuador a causa del bilancio statale disastrato e dell'accordo di estendere fino a marzo del 2020 i tagli alla produzione.

 

OPEC: l'avvento del Covid e lo shock petrolifero del 2020

Nel 2020 successe l'impensabile. L'arrivo della pandemia del Coronavirus si abbatté drammaticamente sul mercato del petrolio facendo crollare la domanda. Nel contempo si creò una spaccatura profonda all'interno dell'OPEC plus tra i due colossi: la Russia e l'Arabia Saudita.

Putin era contrario alla riduzione proposta dai sauditi di recidere l'offerta dell'1,5% e di prorogare la scadenza stabilita a fine marzo di calmierare l'offerta di 2,1 milioni di barili al giorno. Il 7 marzo durante la riunione ufficiale successe il finimondo: l'Arabia Saudita comunicò un aumento della produzione mentre la domanda stava precipitando per via del Covid. Un gesto definito dai più irresponsabile che fece inabissare il prezzo del greggio di oltre il 30% e, nel giro di pochi giorni, subire ulteriori e inopinate perdite di quota.

Ad aprile accadde addirittura un evento storico riguardo i future in scadenza a maggio del WTI. I centri di stoccaggio americani erano stracolmi di greggio a causa del lockdown e per liberarsene erano disposti a pagare i compratori. Tutto ciò spinse il prezzo dei future in territorio negativo (-37 dollari).

A quel punto intervenne in persona Donald Trump, preoccupato per le compagnie petrolifere americane che rischiavano di fallire, facendo da paciere tra Russia e Arabia Saudita per esortarli a tagliare la produzione.

Nel mese di giugno finalmente arrivò l'accordo durante la riunione in videoconferenza dell'OPEC +: l'offerta fu ridotta di 9,7 milioni di barili giornalieri. Alcuni Paesi come Iraq e Nigeria non rispettarono la suddivisione delle quote, però nel frattempo la domanda di greggio riprese a salire grazie alla riapertura delle attività e con essa anche le quotazioni del petrolio.

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