Risparmio gestito: benvenuta guerra tra ETF

  • Nel 2019 oltre il 30% degli asset in ETF americani è stato interessato da un calo di commissioni
  • Il beneficio per gli investitori è stato pari a 95 milioni di $
  • Negli USA le commissioni medie annue dei capitali investiti in ETF sono nell'ordine dei 20 punti base

Acquistare oggi un ETF è molto conveniente, ma se paragoniamo il prezzo pagato nel 2019 a quello degli anni precedenti ci accorgiamo di come la battaglia dei costi nel mondo degli ETF va avanti e non accenna a ridurre la sua portata. Tutto questo va a beneficio degli investitori e degli stessi mercati finanziari che trovano “liberate” somme di denaro importanti che possono affluire su tutti gli asset finanziari. Sul sito di Factset è apparso nei giorni scorsi un interessante articolo che ci fa capire come negli Stati Uniti si stia sviluppando una vera è propria price war.

Nel 2019 gli investitori americani hanno infatti potuto beneficiare di tagli commissionali sugli ETF pari a 95 milioni di dollari. Il 31,5% degli asset ha diminuito le sue spese, solo il 4,1% le ha aumentate. I costi medi degli ETF valutati sulla base degli asset effettivi indicano nello 0,20% il costo medio annuale di gestione, in calo di 1 punto base rispetto al 2018 e di 3 sul 2017. Sull’asset allocation di Archeowealth sembra proprio che abbiamo fatto un buon lavoro nonostante l’utilizzo sia relativo a ETF quotati in Italia.

Sempre utilizzando il dato degli asset pesati per ETF, iShares rimane la più cara con 20 punti base seguita da Charles Schwab a 8 punti base e poi Vanguard a 6 punti base. Interessante notare come il costo medio degli ETF azionari è di 0,18%, uguale a quello degli obbligazionari. Gli ETF su commodity hanno avuto un costo medio di 0,42%. Le nuove strategie sono ovviamente più care di quelle tradizionali. Pesa l’effetto novità, le masse critiche più basse e la maggior complessità nella replica del sottostante.

I cosiddetti ETF plain vanilla hanno avuto un costo medio nel 2019 di 0,15%. Gli Smart Beta hanno limato 5 punti base rispetto al 2017, arrivando a un costo annuo dello 0,23%. Riguardo a questa tipologia di ETF, il panorama è abbastanza variegato. Molto cheap value e low volatility (0,14% e 0,19%), decisamente più cari i dividend (0,31%).  Nel mondo obbligazionario vale la pena segnalare un’onerosità pari praticamente al doppio dei plain vanilla (0.15%) tra i duration hedged (0.3%).

Un quadro generale che conferma quindi la “benefica” tendenza di sempre maggiore attitudine degli ETF a svolgere il ruolo più di commodity che di strumento finanziario discrezionale. I benefici sono sotto gli occhi di tutti anche in Italia e la recente mossa di Vanguard di abbassare i costi dei suoi strumenti ne è la dimostrazione. 

Il lancio di nuovi strumenti, arricchiti da campagne di marketing aggressive, serve naturalmente alle singole case per allargare la gamma con strumenti a valore aggiunto in grado di coprire la bassa redditività degli ETF tradizionali. I prodotti ESG in tal senso ne sono una dimostrazione così come diversi ETF “attivi” che stanno cominciando ad affacciarsi (per ora timidamente) anche nel panorama nostrano.

In questo caso comunque possiamo dire che questa guerra dei prezzi è benvenuta.

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