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La crisi del '92: quando Soros buttò l'Italia fuori dallo SME

Il 16 settembre del 1992 è passato alla storia come il mercoledì nero. E' il giorno in cui George Soros attaccò violentemente la Lira italiana e la Sterlina britannica, cagionando l'uscita dal Sistema Monetario Europeo delle due valute. Quel giorno il finanziere americano tramite il suo fondo Quantum vendette allo scoperto più di 10 miliardi di Sterline e nel contempo la Lira sprofondò perdendo più del 7% sul Dollaro USA. Alla fine il guadagno per lo speculatore fu di 1,1 miliardi di dollari. Vediamo quali sono le ragioni e gli effetti sul mercato di una mossa così azzardata.

 

Lo SME: cos'è e perché è così importante

Il 13 marzo del 1979, i membri della CEE sottoscrivono il Sistema Monetario Europeo, che consiste in un accordo per mantenere il cambio di valute entro un range prefissato in riferimento all'ECU, ovvero European Currency Unit, determinata dal valore medio delle divise dei Paesi aderenti allo SME. L'oscillazione di norma è stabilita nel ± 2,25%, ma per alcuni Stati come Italia, Gran Bretagna, Spagna e Portogallo viene allargata a ± 6%, per via dell'elevato tasso d'inflazione.

Qualora si verificasse uno sforamento, i Governi nazionali dovrebbero intervenire attraverso le Banche Centrali per ristabilire l'equilibrio. L'obiettivo è quello di superare il pensiero keynesiano delle politiche monetarie e fiscali espansive che mirano al raggiungimento della piena occupazione. Quello che si vuole creare invece è un mercato finanziario unico che mira alla libera circolazione dei capitali, però con delle regole rigide riguardo la fluttuazione dei cambi. In altri termini la priorità è l'equilibrio finanziario che prevale su altri parametri dell'economia reale come il controllo del tasso di disoccupazione. Sostanzialmente un punto di vista opposto al pensiero dei banchieri centrali degli ultimi mesi. Emblematica in tal senso la decisione della FED di mettere in secondo piano i target di inflazione a favore di quelli del mercato del lavoro. 

 

La speculazione valutaria del '92: le motivazioni

Per capire cosa portò a quell'attacco così disastroso bisogna risalire a qualche anno prima per inquadrare la situazione dell'Italia negli anni '80. La politica di spesa dissennata dei Governi succedutosi a Palazzo Chigi spingono il debito pubblico del Belpaese a livelli insostenibili, con un'inflazione troppo elevata rispetto alla Germania. Questo fece del nostro Paese l'anello debole della catena all'interno dello SME e quindi molti investitori cominciarono a maturare l'ipotesi che l'Italia potesse essere la prima a uscire dal patto monetario europeo.

Tuttavia in quel momento non si accanirono contro la Lira, forse confidando sul fatto che le Banche Centrali delle varie Nazioni all'occorrenza sarebbero andate della valuta italiana. Un segnale d'allarme però si ebbe qualche giorno prima di quel Mercoledì nero, quando le aste dei BTP andarono deserte e la fiducia nel nostro debito pubblico cominciò a scemare.

A questo quadro poco edificante, si aggiunsero altri fatti molto importanti. La Germania dopo la riunificazione cominciò ad alzare i tassi come segno di stabilità finanziaria e valutaria della propria economia. Questo inevitabilmente portò a una graduale fuga di capitali dall'Italia verso il Paese tedesco, che ebbe come effetto la rivalutazione del Marco e l'indebolimento della Lira. Per l'esattezza il denaro che dalle banche italiane andò a finire all'estero fu intorno ai 25 miliardi di dollari.

In Inghilterra la BoE non ne volle sentire di alzare il costo del denaro nonostante l'inflazione stesse andando fuori controllo. Lasciò quindi che il cambio della Sterlina con le altre valute fluttuasse liberamente.

In tale contesto gli investitori percepirono che il progetto di unità europea fosse ricolmo di fragilità e potesse traboccare da un momento all'altro. A tal proposito il 2 giugno del 1992 si votò in Danimarca per ratificare il trattato di Maastricht. Non senza una certa sorpresa dei mercati, vinsero i NO con il 50,7% dei voti e questo fomentò parecchia incertezza.

 

La speculazione valutaria del '92: Soros affonda la lama

Il panorama generale spianò la strada alla speculazione. Il mercoledì del 16 settembre del 1992 George Soros mandò a mercato uno strong selling allo scoperto sulla Sterlina di 10 miliardi di dollari mettendo nei guai la Banca d'Inghilterra. Subito dopo toccò alla Lira. Il paperone di origine ungherese piazzò un attacco terrificante che spiazzò la Banca d'Italia, creando una perdita valutaria di 48 miliardi di dollari per il nostro Paese.

A favorire il colpo speculativo senza precedenti fu la percezione da parte di Soros che l'Italia fosse senza protezioni a difesa della propria valuta. Soprattutto dopo le dichiarazioni della Bundesbank che disse che in caso di trambusto valutario non avrebbe mosso un dito per salvare divisa italiana.

L'impatto fu travolgente: la Lira sprofondò del 7% nei confronti del Dollaro americano e arrivò a perdere il 30% nei giorni seguenti. Il mercato ormai era entrato nel panico più totale e i piccoli investitori si unirono a mani basse alla furia di vendite. Inevitabilmente a quel punto la Lira uscì dallo SME.

Il guru della finanza si è sempre giustificato rivendicando una legittima operazione finanziaria sulla base di quanto stava accadendo in Europa a quell'epoca. Nè più e nè meno, a suo dire, di quanto normalmente avviene sui mercati finanziari. Secondo Soros, la spinta decisiva fu data dalla dichiarazione del Governatore Helmut Schlesinger quando disse che l'ECU non era un'unione monetaria omogenea, facendo chiara allusione alla fragilità della Lira.

 

La speculazione valutaria del '92: le conseguenze

Dopo il mercoledì nero, in Europa accadde una specie di rivoluzione monetaria. La Spagna svalutò prima di tutte la propria valuta. La Svezia effettuò un aumento monstre dei tassi (5 volte quelli attuali) per evitare la svalutazione. La Francia fu costretta a inondare il mercato di liquidità e a aumentare i tassi di interesse con lo scopo di proteggere il Franco.

Come detto, l'Italia e l'Inghilterra escono dallo SME. Ma mentre la prima per potervi rientrare effettuò una manovra lacrime e sangue da 93 miliardi (tra cui introduzione dell'ICI), il Paese di Sua Maestà svalutò la moneta e alzò i tassi. In Italia destò anche scalpore la decisione del Governo Amato di compiere un prelievo forzoso sui conti correnti nazionali.

L'economia europea però entrò in crisi e la crescita rallentò notevolmente, con un tasso di disoccupazione medio che si assestò al 12%. Persino la Germania devette affrontare la recessione, costringendola qualche mese più tardi a ridurre i tassi per stimolare l'economia.

Lo shock del '92 lasciò quindi una traccia indelebile e portò i membri dello SME a rivedere le regole valutarie. Così nell'agosto del 1993 venne allargata la banda di oscillazione a ± 15%, premettendo di fatto la flessibilità dei cambi.

Oltre questo si decise per un maggiore coordinamento delle politiche monetarie e nel 1994 furono gettate le basi per la creazione della Banca Centrale Europea, con la nascita dell'Istituto Monetario Europeo, che ha sede a Francoforte. Lo SME durerà fino al 31 dicembre del 1998 quando la sua estinzione darà vita all'Unione Economica e Monetaria.

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Gianni Toccotelli

Gianni Toccotelli - 17 settembre 10:27 Rispondi