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Politica monetaria: la FED si sgancia dai target di inflazione

Jerome Powell si è espresso chiaramente durante il simposio di Jackson Hole. Gli obiettivi di occupazione non faranno crescere i prezzi fuori controllo

La Fed diventa ancora più accomodante. Durante il simposio di Jackson Hole, il Governatore Jerome Powell è stato esplicito: la Banca centrale americana mira sì a raggiungere un target di inflazione del 2% nel tempo, ma come media. Questo significa che, partendo da un livello dei prezzi più basso rispetto al target, l'inflazione correrà a una velocità superiore, almeno nelle intenzioni di politica monetaria.

La decisione è stata approvata da tutti i membri del FOMC senza alcuna opposizione. La novità è che non viene indicata una scadenza temporale a cui far riferimento, bensì si adotta un approccio flessibile vista la situazione di emergenza. Sotto questo aspetto c'è già un precedente: quello della Reserve Bank of Australia, che nel 1993 effettuò la stessa mossa ponendosi come obiettivo un tasso di inflazione compreso tra il 2% e il 3%.
 

FED: legame tra inflazione e occupazione non più così forte

Se in passato si riteneva che inflazioe e occupazione fossero legate a doppio filo, oggi per l'istituto centrale USA non è più così, o almento il loro legame non è così forte. In passato, ogni volta che il livello di occupazione raggiungeva il target la FED si poneva il problema che i prezzi potessero esplodere. Per contrastare l'inflazione agiva automaticamente alzando i tassi. Il risultato poteva tradursi in effetti deleteri sull'economia reale.

Oggi le mutate condizioni di mercato hanno cambiato questa convinzione e, di conseguenza, i prezzi non rappresentano più una minaccia nel caso in cui gli stimoli monetari riattivino il mercato del lavoro. Secondo il numero uno della Federal Reserve le politiche di finanziamento per le imprese e le famiglie potranno rimanere accomodanti. Il messaggio che arriva agli addetti ai lavori è il seguente: tassi di interesse bassi a lungo. Il discorso si aggancia a quello della crescita.

Come sostiene Powell, dal 2012 le stime sul PIL sono passate in media dal 2,5% all'1,8% e con esse anche il tasso di interesse di equilibrio è saltato dal 4,25% al 2,5%.  La logica conseguenza è che la Banca centrale ha ridotto lo spazio di operatività. A questo punto un crollo verticale della domanda, come avvenuto in questo periodo, dovrà essere arginato non soltanto azionando la leva dei tassi, ma anche attraverso tutti gli strumenti di politica monetaria a disposizione dell'istituto.
 

I nuovi obiettivi della FED: le opinioni degli economisti

Il discorso di Jerome Powell ha lasciato qualche perplessità  tra gli esperti che si sono espressi sulla questione. Roberto Perli, ex economista della FED, ha dichiarato che non è molto chiaro come Washington intenda raggiungere un tasso di inflazione costantemente più alto.

Sicuramente gli strumenti che ha a disposizione saranno adottati in dosi più forti, me è da considerare come durante la grande recessione sono state messe a punto mosse che hanno portato l'America fuori dalla recessione ma non hanno generato inflazione. Oggi viene da pensare che tali attività non siano così potenti come in passato.

A tali considerazioni fa eco Ryan Sweet, capo della ricerca sulla politica monetaria presso Moody's Analytics. A giudizio dell'esperto, a spingere contro l'inflazione saranno la demografia e la tecnologia. Un atteggiamento più dovish da parte della FED potrebbe non essere sufficiente. Per questa ragione le parole di Powell andrebbero prese molto con le pinze.

Gli analisti della Deutsche Bank invece sostengono come i funzionari potrebbero chiarire la loro guida sul percorso dei tassi, collegando i futuri aumenti del costo del denaro al raggiungimento di determinate soglie di inflazione e occupazione. Magari nel meeting del 15 e 16 settembre potrebbero arrivare maggiori dettagli e chiarimenti in proposito.

Proprio il prossimo settembre saranno molto importanti le riunioni da parte di altre due Banche centrali: la BCE e la BoE. Qui sarà da capire se queste ultime si allineeranno o meno al percorso di politica inflazionistica  tracciato dal più potente istituto centrale. Ad oggi Francoforte mantiene un target del 2% e non ha escluso una revisione già dalla prossima riunione.

In questo senso, gli economisti sono molto scettici e scommettono su una modifica degli obiettivi di inflazione non prima della metà del 2021. La BoE dal canto suo rimane per il momento ancorata al target tra il 2,5% e il 3%, ma dovrà affrontare una situazione mutevole per effetto di tante variabili, in primis Brexit e pandemia.

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