Il Dollar Index scende sotto quota 102,00 in questa seconda seduta dell'ottava. La scommessa di fondo in vista della riunione dell’8 e 9 dicembre 2026 resta tuttavia intatta: per la maggioranza del board della Federal Reserve un nuovo rialzo dei tassi entro fine anno sarebbe appropriato. Questo nonostante a inizio anno le attese fossero per un percorso opposto, fatto di tagli dei tassi anche grazie all'insediamento del nuovo Governatore Kevin Warsh. Un Presidente Fed che lo scorso 16 settembre ha invece alzato i tassi per la prima volta dal 2023, portando il costo del denaro nell'intervallo 3,75-4,00 per cento.
Perché la Fed di Warsh è passata dai tagli ai rialzi?
La risposta a questa inversione a U nell'approccio alla politica monetaria USA è nei verbali della riunione del 15 e 16 settembre 2026, pubblicati dalla Federal Reserve il 7 ottobre: lo staff e i partecipanti giudicano il rischio di inflazione “sbilanciato al rialzo”, con il PCE core di agosto al 3,0 per cento, sopra l’obiettivo del 2 per cento. Il percorso era iniziato prima: alla sua prima riunione da presidente, il 17 giugno 2026, Warsh aveva lasciato i tassi fermi, ma il “dot plot” segnalava già un rialzo entro l’anno.
Il 28 agosto, al simposio di Jackson Hole, Warsh ha parlato di una Fed “più silenziosa” nelle comunicazioni e ha espresso preoccupazione per l’inflazione: per Carsten Hempell, di Generali Investments, quel discorso “ha aumentato il rischio di una stretta a settembre”.
Ed infatti a settembre il rialzo è arrivato, con voto unanime. Un segnale che il board, nonostante le divisioni sul ritmo, converge sulla stessa diagnosi. Donald Trump continua a chiedere tagli rapidi, ma finora Warsh non ha ceduto: ha promesso ai parlamentari di non fissare mai i tassi su richiesta della Casa Bianca.
A dicembre nuovo rialzo in vista
E ora, cosa aspettarsi? Per non incrinare i rapporti ed evitare una convivenza difficile come quella vissuta dal predecessore Jerome Powell, difficilmente la Fed targata Warsh andrà a modificare il costo del denaro americano in ottobre. Il FedWatch Tool a oggi mostra che per il meeting del 9 dicembre oltre il 90% del mercato si attende un incremento del costo del denaro: per il 69,1% l'innalzamento sarà di 25 punti base, per il 20,7% addirittura di 50 punti base.
Il Dollar Index ha toccato la settimana scorsa il massimo da inizio aprile 2025, in area 102,55, prima di ripiegare quest'oggi sotto la soglia dei 102 punti. Movimento favorito anche dal lieve calo dei rendimenti dei Treasury. A tenere vive le scommesse sulla Fed contribuisce anche un dato di contesto: secondo il rapporto ISM, l’indice dei prezzi dei servizi è salito al livello più alto da luglio 2022, un segnale di pressioni sui prezzi che difficilmente la Fed ignorerebbe.
Questa settimana arrivano altri due tasselli: il CPI domani e il PPI giovedì. Dati che più di ogni altro possono spostare le probabilità sul FedWatch Tool. Venerdì Warsh parlerà a Bangkok, al meeting annuale di FMI e Banca Mondiale: il mercato cercherà lì conferme sul fatto che il board resti compatto sulla linea di settembre.
Cosa dicono posizionamento e sentiment su euro e dollaro?
Secondo i dati estratti dalla piattaforma Forecaster.biz, nella settimana chiusa martedì 6 ottobre 2026 i fondi a leva (la componente più attiva degli speculatori sui future) erano netti corti di EUR/USD per 44.261 contratti, pari al 5,09 per cento dell’open interest sul contratto Euro FX: in aumento rispetto ai 39.265 contratti della settimana precedente. Tradotto nel verso del cambio, è una scommessa che va nella stessa direzione del rialzo del dollaro: più euro venduto a termine, più il mercato si posiziona per un biglietto verde forte.
Il Market Mood Meter di Forecaster.biz, che misura su una scala da -100 a +100 quanto un cambio è ipercomprato o ipervenduto, segna oggi -74,9 su EUR/USD: un livello vicino alla sua banda di eccesso, che segnala un euro già molto venduto rispetto al dollaro, non necessariamente uno destinato a scendere ancora.
Il conto lo conferma: dalla chiusura del 16 settembre, il giorno del rialzo Fed, l’euro ha perso circa il 2,3 per cento sul dollaro; da inizio anno il calo sale a circa il 4,7 per cento (prezzi IG e Forecaster.biz). Per chi investe in azioni o fondi denominati in dollari, significa che la stessa somma in euro compra oggi meno esposizione Usa di quanta ne comprasse a inizio anno.
Quanto durerà questo ciclo, e cosa potrebbe fermarlo?
Non tutte le banche centrali vanno nella stessa direzione. La Bce resta ferma e punta a confermarlo alla riunione del 29 ottobre, mentre la sua presidente, Christine Lagarde, ha dichiarato di aspettarsi di completare il mandato nonostante le voci di un’uscita anticipata. La Bank of England è invece vista vicina a un proprio rialzo, con l’inflazione britannica sopra il 3 per cento, e la Reserve Bank of New Zealand ha già rinviato da ottobre a dicembre la sua prossima mossa: la Fed non è sola nel tornare a stringere, ma lo fa con un calendario proprio.
A sostenere il dollaro come bene rifugio si aggiunge il contesto geopolitico: l’attacco rivendicato dagli Houthi contro l’aeroporto King Khalid di Riad il 10 ottobre, e lo stallo tra Stati Uniti e Iran sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Nella storia recente della Fed non si trova un precedente diretto di un’inversione così netta, da un ciclo di tagli a uno di rialzi, nell’arco di pochi mesi sotto un nuovo presidente: è un caso che la Fed di Warsh sta ancora scrivendo.
Due i rischi dichiarati: se i dati di questa settimana sorprendessero al ribasso, le probabilità sul FedWatch Tool potrebbero scendere rapidamente; e la pressione della Casa Bianca per tassi più bassi resta un fattore politico che nessun verbale può misurare. L’8 e il 9 dicembre 2026 la Fed si riunirà di nuovo, con un nuovo Summary of Economic Projections: a quel punto si saprà se il mercato aveva letto bene i segnali di oggi.