La scorsa settimana era molto attesa dagli operatori. Non tanto per la decisione sul fronte dei tassi da parte della Fed, come da attese confermati nell’intervallo 3,50-3,75%, quanto su quelle che potevano essere le dichiarazioni di Jerome Powell sull’apertura a suo carico di un procedimento penale da parte del Dipartimento della giustizia USA. Il chairman ha preferito soprassedere e focalizzare la sua attenzione sul quadro generale dell’economia.
Powell ha così potuto evidenziare come lo stato di salute del Paese sia migliorato sensibilmente rispetto a qualche settimana fa e che questo porti la Fed ad avere un atteggiamento meno accomodante sul fronte di nuovi e ripetuti tagli dei tassi. L’attesa del mercato era rivolta anche alla scoperta del futuro Governatore.
Donald Trump ha individuato in Kevin Warsh la figura chiamata a prendere il posto di Powell. Warsh ha recentemente espresso posizioni a favore di un taglio dei tassi e in passato è stato un critico severo di Powell per il ritardo avuto nell’alzare i tassi contro l’inflazione post-pandemia. Ha inoltre espresso sostegno alle politiche di deregolamentazione e ai tagli alla spesa pubblica dell’amministrazione Trump. Per ora il mercato ha accettato con favore la sua nomina, con un passaggio di mano che Powell, da uomo di mercato e d’istituzione, ha reso accomodante.
RBA, BoE e BCE: la sfida dei tassi
Dopo il meeting della Fed, le Banche centrali continuano a monopolizzare l’attenzione degli operatori con tre appuntamenti capaci di muovere valute, tassi e aspettative: domani sarà la volta della Reserve Bank of Australia mentre giovedì a scendere in campo saranno la Bank of England e la BCE. A fare da contrappeso ci penseranno due termometri macro ad altissima sensibilità: l’inflazione flash dell’Eurozona (mercoledì) e il Jobs Report USA (venerdì).
Le ultime indicazioni arrivate dall’inflazione potrebbero spingere la RBA ad incrementare il benchmark di 25 punti base al 3,85%, lettura coerente con l’idea che la Banca centrale voglia riaffermare la credibilità anti-prezzi senza promettere una lunga serie di strette.
Nel caso invece di BoE e BCE i tassi dovrebbero restare fermi: l’istituto di Threadneedle Street dovrebbe ribadire il tasso di riferimento al 3,75% mentre quello guidato da Christine Lagarde confermerà l’attuale 2%, una via di mezzo tra pressioni inflazionistiche moderate e segnali di rallentamento della crescita nell’Eurozona. Da Francoforte dovrebbe anche arrivare la conferma dell’approccio “data-dependent” (anche se l’indebolimento del dollaro rappresenta un campanello d’allarme).
Dal fronte macro, l’inflazione di Eurolandia è stimata in lieve riduzione al 2,2% (dal 2,3%) mentre il saldo delle buste paga nei settori non agricoli USA dovrebbe evidenziare un incremento di 75 mila unità, contro le +50 mila dell’ultimo mese del 2025.
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