Prima un’accelerata poi una frenata. Nel classico stile Trump, la questione Groenlandia ha vissuto una settimana movimentata nei rapporti internazionali. Dapprima il numero uno della Casa Bianca ha calcato la mano verso i partner europei, ventilando l’introduzione di pesanti dazi commerciali verso alcuni beni. Dopo ha abbassato i toni e usato dei toni più morbidi.
Due i punti nodali che hanno caratterizzato la scorsa ottava: la crescente riflessione di Paesi e istituzioni finanziarie europee sulla possibile vendita del debito sovrano americano nei loro portafogli, per mettere pressione all’amministrazione USA in una fase caratterizzata da rapporti molto freddi tra le due sponde dell’Atlantico; l’incontro tra il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, e Donald Trump a Davos.
Il framework annunciato nel corso del World Economic Forum prevede tanto l’acquisto da parte dei Paesi europei aderenti all’Alleanza atlantica di nuovi caccia F35 e aerei da sorveglianza P-8 quanto la limitazione dell’accesso di Russia e Cina alle risorse minerarie della Groenlandia. Terre rare fondamentali per la catena di approvvigionamento tecnologico degli USA. Ormai è chiaro: al di là della geopolitica e degli storici equilibri internazionali per Donald Trump è solo il business che conta. Deal scaccia deal.
Fed ferma fino a maggio?
La Federal Reserve si prepara a confermare l’attuale assetto monetario. Non per inerzia, ma perché i numeri non chiedono soccorso. Secondo un sondaggio Reuters, tutti i 100 economisti interpellati si aspettano tassi invariati al 3,50-3,75% nella riunione del 27-28 gennaio. E il dato che pesa di più per i mercati è un altro: il 58% non si aspetta riduzioni dei tassi in questo trimestre, un cambio di passo netto rispetto al mese scorso, quando a prevalere era l’ipotesi di almeno una riduzione entro marzo.
Questo perché, come detto, l’economia USA non sembra avere intenzione di rallentare. Dopo un terzo trimestre al +4,3%, la crescita 2026 è stimata al 2,3%, sopra quell’1,8% che la Fed considera compatibile con inflazione non in accelerazione. Tagliare troppo presto significherebbe rischiare di riaccendere prezzi che si confermano “appiccicosi”: l’inflazione PCE, metrica preferita dalla Banca centrale, è attesa sopra il 2% non solo per il resto dell’anno, ma in media in ogni anno fino al 2028. Ovviamente la partita non si gioca solo sul piano macro.
È anche politica, e la tensione attorno all’indipendenza della Fed si sta trasformando in un fattore di volatilità. Donald Trump ha intensificato le critiche a Jerome Powell e il Dipartimento di Giustizia ha ventilato un’indagine penale legata ai lavori di ristrutturazione della nuova sede della Banca centrale; intanto il tentativo di rimuovere la governatrice Lisa Cook attende un pronunciamento della Corte Suprema. Lo scenario più condiviso tra gli economisti è un congelamento fino a maggio, cioè fino alla fine del mandato di Powell.
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