È stata una settimana complicata e all’insegna della volatilità per i mercati azionari globali, in particolar modo per i titoli più esposti all’AI. I forti investimenti previsti dai Big del settore, come dimostrano i nuovi impieghi da 200 miliardi di dollari annunciati dalla sola Amazon e le vendite che ne hanno contraddistinto l’andamento in Borsa dopo la diffusione della notizia, già da alcune settimane sono finiti sotto l’attenzione degli investitori.
In un contesto di crescente diffidenza, emersa già dalla reazione alla trimestrale di Microsoft, nell’ultima ottava sono emerse preoccupazioni di una ‘SaaSpocalypse’ legata all’AI. L’integrazione di strumenti di intelligenza artificiale sta minacciando i modelli di business tradizionali SaaS (Software-as-a-Service) e questo sta portando a ricalibrare le valutazioni di alcuni giganti del settore.
Emblema del nervosismo crescente la reazione del mercato all’annuncio da parte di Anthropic di un nuovo plug-in per il chatbot Claude: un’ondata di vendite che solo a Wall Street ha bruciato quasi 300 miliardi di dollari di market cap, con aziende di software e dati tra le più colpite.
In un contesto in cui BCE e BoE hanno confermato i tassi, a Piazza Affari hanno brillato ancora una volta i bancari, capaci di spingere mercoledì 4 febbraio il FTSE Mib sopra la soglia dei 47mila punti per la prima volta dal novembre 2000.
Our dollar, your problem
“Our dollar, your problem”: sembrava un motto d’altri tempi, e invece torna a farsi sentire nei meeting della BCE. Non per un capriccio del mercato, ma per una combinazione che oggi pesa più dei singoli dati: crescita europea tiepida, inflazione in raffreddamento e un euro che, se si rafforza, può diventare l’innesco di una nuova fase di tagli. Francoforte è in stallo, “in un buon posto”, come ha rilevato Christine Lagarde. I tassi restano fermi e l’istituto continua a ripetere che il cambio non è un obiettivo di politica monetaria.
Ma è anche “un elemento importante” nelle previsioni su crescita e prezzi: tradotto, se l’euro sale troppo, stringe ancora le condizioni finanziarie senza che la BCE muova un dito. Lagarde prova a minimizzare, ricordando che l’euro è vicino alle medie storiche e che un ruolo più globale della valuta non implica per forza apprezzamento. Ma la logica di mercato è più semplice: più domanda internazionale, più forza del cambio. E se l’EUR/USD dovesse spingersi verso 1,25, l’inflazione importata scenderebbe ancora.
E, alla luce del fatto che il CPI a gennaio è sceso all’1,7%, i membri più accomodanti del board di Francoforte si ritrovano con argomenti a favore: non un taglio “per festeggiare”, ma un taglio “assicurativo” contro il rischio di undershooting prolungato. E quindi probabile che se l’Eurotower uscirà dal suo “buon posto”, il primo passo ha molte più probabilità di essere un taglio. Perché in Europa, quando il cambio comanda e la crescita tentenna, il vecchio adagio torna attuale: “Our dollar, your problem”.
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