Non un pesce d’aprile ma direttamente un intero acquario. Il mese che si è appena concluso è stato per certi versi sorprendente: mentre i rischi di un rallentamento macro si rafforzano di giorno in giorno con la chiusura dello Stretto di Hormuz, gli indici di Borsa viaggiano sui massimi di sempre tanto in America quanto in Europa.
Emblematico il caso del NASDAQ, arrivato ai record storici con una performance mensile che non si vedeva dall’aprile 2020. Allora furono le Banche centrali e le loro politiche monetarie accomodanti a favorire il recupero dei mercati. Ora tutto è diverso. Perché oltre al rischio di rallentamento economico, in gioco vi sono le prospettive del costo della vita.
Il petrolio si mantiene sui massimi di periodo, ben sopra la soglia dei 100 dollari e con esso ogni giorno aumentano le pressioni inflattive. Le rilevazioni uscite nei giorni scorsi hanno certificato questo trend. Per ora Fed e BCE hanno comprato tempo e non modificato la leva dei tassi, adesso è da capire come potrà adattarsi la propensione al rischio del mercato. Il rischio stagflazione esiste e potrebbe andare a colpire dapprima il settore obbligazionario, così come fotografato nei giorni scorsi da importanti economisti. E quando il mercato dei bond va in stallo, il nervosismo scuote anche i listini azionari.
La Fed alla finestra
La pazienza è una scelta, non un’assenza di visione. È questo il messaggio che emerge dalla riunione di aprile del Federal Open Market Committee, la più contrastata dal 1992, e dall’ultima conferenza stampa di Jerome Powell da presidente della Federal Reserve. I tassi restano fermi nell’intervallo 3,5–3,75%, ma il contesto in cui questa decisione è maturata è tutto tranne che tranquillo.
Sul fronte macroeconomico, l’inflazione ha ripreso a preoccupare: l’indice headline è salito al 3,3% a marzo, trascinato dai prezzi dell’energia in seguito all’escalation del conflitto con l’Iran. “Il rischio non è di fare troppo poco, ma di muoversi troppo presto”, ha fatto sapere Powell. Tre governatori si sono opposti all’inserimento di un orientamento accomodante nel comunicato, facendo balzare dall’8 al 44 per cento la probabilità implicita di un aumento dei tassi entro aprile 2027, mentre Stephen Miran - in quota Trump - ha votato per un taglio immediato.
Una frattura che Warsh, probabile successore di Powell, dovrà gestire da subito, cercando coesione in un board attraversato da tensioni sia tecniche che politiche. Sul fronte geopolitico, il chairman ha difeso con fermezza l’indipendenza della Fed, denunciando come “senza precedenti” i tentativi dell’amministrazione Trump di condizionare le nomine interne.
Dal meeting è emerso che non è questo il momento delle scommesse direzionali. La Fed è disposta ad aspettare, tollerando progressi più lenti verso il target, finché l’inflazione - interna e globale - non sarà saldamente sotto controllo. La pazienza, ancora una volta, è la bussola. E lo resterà anche dopo il 15 maggio, quando Powell cederà il passo al suo successore.
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