Tra il primo e l'ultimo settore dell'S&P 500 ci sono 44 punti da inizio 2026. A ottobre 2025 il settore sanitario americano era il meno interessante del listino. Due anni di paura sui prezzi dei farmaci e sui dazi lo avevano lasciato indietro rispetto a tutto il resto e nessuno lo voleva in portafoglio. Nei 12 mesi successivi ha guadagnato il 31%.
Nel frattempo, sui siti finanziari americani è comparsa l'espressione "The Great Rotation". Come spesso accade, il nome è arrivato dopo il movimento. Ed è proprio questo il punto di partenza per capire un meccanismo che conta molto più di quanto si creda: la rotazione settoriale.
Cos'è la rotazione settoriale
L'S&P 500 non è un blocco unico. È diviso in 11 settori: tecnologia, sanità, energia, finanza, industria, consumi discrezionali, beni di prima necessità, utility, materiali, immobiliare e servizi di comunicazione. Ognuno ha i suoi tempi, i suoi conti e le sue sensibilità.
La rotazione settoriale è il movimento del capitale da uno di questi comparti all'altro. I soldi non escono dal mercato azionario: cambiano posto al suo interno. Quando l'economia accelera e i tassi scendono, tendono a spostarsi verso i settori che promettono crescita, come tecnologia e consumi discrezionali.
Quando prevale la prudenza, si spostano verso quello che si compra comunque: farmaci, elettricità, alimentari. Nel mezzo agiscono tassi di interesse, prezzo del petrolio e quadro normativo. La parte interessante arriva adesso, quando si guardano i numeri.
Quanto pesa davvero: i numeri del 2026
Guardiamo come si sono comportati gli 11 settori dell'S&P 500 da inizio 2026, misurati sui rispettivi ETF settoriali SPDR con dati alla chiusura del 12 agosto.
In testa c'è l'energia con un più 38,4%, seguita dalla tecnologia a più 31,5% e dall'industria a più 20,5%. Nella fascia centrale si collocano materiali a più 16,9%, immobiliare a più 12,0%, beni di prima necessità a più 10,9% e sanità a più 9,7%. In coda troviamo finanza a più 6,7%, utility a più 4,1%, consumi discrezionali a meno 0,9% e servizi di comunicazione a meno 5,8%.
Se invece si allarga lo sguardo agli ultimi 12 mesi la classifica cambia parecchio, ed è già di per sé una lezione: l'energia sale a più 49,4%, la tecnologia a più 43,8%, ma soprattutto la sanità passa da più 9,7% a più 31,5%, il salto più vistoso di tutta la lista.
Tra il primo e l'ultimo della classifica da inizio anno ci sono 44 punti percentuali, accumulati in 7 mesi e mezzo. Stesso indice, stesso paese, stesso anno. Significa che un investitore poteva avere ragione su tutto, comprare azioni americane come gli viene ripetuto da anni, e ritrovarsi comunque in perdita solo per aver scelto il comparto sbagliato.
E il 2026 non è nemmeno un anno estremo. Nel 2022 la distanza tra il primo settore, l'energia, e l'ultimo ha superato i 90 punti percentuali. Soprattutto, quello stesso 2022 aveva relegato la tecnologia all'ultimo posto: l'anno successivo il settore ha chiuso primo con un più 58%.
Da qui la regola pratica più utile di tutta la materia: il settore migliore di un anno quasi mai è il migliore dell'anno successivo. Chi compra la classifica dell'anno scorso sta comprando il passato al prezzo del futuro.
Il caso healthcare: una rotazione già avvenuta
Il settore sanitario è finito in fondo alla classifica per due anni a causa dell'incertezza normativa. Poi, tra la fine del 2025 e l'inizio del 2026, il quadro si è chiarito: sono stati raggiunti accordi sui prezzi dei farmaci con 16 aziende farmaceutiche, a partire da quello firmato da Pfizer il 30 settembre 2025, che ha scambiato prezzi più bassi sul Medicaid contro una tregua di 3 anni sui dazi. Rimossa parte dell'incertezza, il capitale è tornato.
Ma attenzione al dettaglio che cambia la lettura: da inizio 2026 la sanità ha fatto più 9,7%, mentre la tecnologia ha fatto più 31,5%. Il grosso della rotazione verso il settore sanitario è avvenuto tra ottobre 2025 e i primi mesi del 2026, e nel frattempo la tecnologia è già tornata davanti. Questo è il motivo per cui la rotazione settoriale è un ottimo strumento di disciplina. Quando il movimento diventa un titolo di giornale, di solito è già in gran parte compiuto.
Attenzione all'illusione dello sconto
Il ragionamento più diffuso in questi mesi è che il settore sanitario sia a sconto perché tratta a circa 17-19 volte gli utili attesi contro le 20 volte dell'indice. Il dato è corretto, ma va maneggiato con cura. Una nota di ProShares fa notare una cosa scomoda: preso da solo, il multiplo del settore sanitario è vicino alla sua stessa media degli ultimi 10 anni.
Sembra scontato soprattutto perché il termine di paragone, l'S&P 500, è gonfiato dalla presenza di poche grandi società tecnologiche. Detto altrimenti: non è il sanitario a essere diventato conveniente, è il resto a essere diventato caro. La lezione è generale. Uno sconto relativo non è uno sconto. Prima di dire che un settore costa poco bisogna confrontarlo con la propria storia, non solo con il vicino di banco.
Dove si leggono questi dati: la Sector Map del Forecaster Terminal
Tutto quello che abbiamo visto finora richiede di guardare gli 11 settori insieme, non uno alla volta. È esattamente il lavoro che fa la Sector Map, lo strumento di analisi intermarket del Forecaster Terminal.
Fonte: Forecaster Terminal
La Sector Map mette tutti gli 11 settori dell'S&P 500 su un unico grafico interattivo. Si possono accendere e spegnere i singoli comparti, confrontarli tra loro e contro l'indice su orizzonti che vanno da 1 mese fino a 20 anni. La finestra a 6 mesi è quella che di solito racconta meglio la fase in corso.
Cliccando su un singolo settore si aprono tre informazioni che qui contano parecchio. La prima è l'elenco completo delle società che lo compongono a livello globale, utile per capire chi sta effettivamente trainando il comparto e chi lo sta frenando. La seconda è il giudizio di valutazione fondamentale del settore nel suo insieme, cioè se risulta sopravvalutato o sottovalutato: è la risposta diretta alla domanda del paragrafo precedente.
Quale settore risulta oggi il più a sconto
Sui dati pubblici disponibili a metà agosto 2026, la risposta dipende dalla lente che si usa, e vale la pena mostrarle entrambe invece di sceglierne una.
Sul semplice rapporto prezzo su utili attesi, i due comparti più economici sono l'energia, intorno a 13 volte gli utili, e la finanza, intorno a 15,5 volte, contro le 20 volte dell'S&P 500 nel suo complesso, che a sua volta si colloca sopra la propria media decennale di 19 volte. Il settore sanitario si posiziona nel mezzo, tra le 17 e le 19 volte.
Sul rapporto tra multiplo e crescita attesa, però, la classifica si ribalta: l'unico comparto che a fine luglio 2026 presentava un rapporto prezzo su utili corretto per la crescita inferiore a quello dell'indice era proprio la tecnologia, quella che sul multiplo semplice risulta tra le più care. Due letture opposte dello stesso settore, entrambe legittime, che dipendono da quanto peso si dà alla crescita futura.
Va aggiunta una cautela di metodo. Energia e finanza trattano strutturalmente sotto la media del mercato da decenni, per la natura ciclica della prima e per il modello di business della seconda. Un multiplo basso, in questi due casi, è la normalità e non un'occasione. Vale il principio di prima: il confronto che conta è con la storia del settore, non con la media dell'indice.
Come si costruisce un portafoglio su questo concetto
Chiarito il quadro, resta la domanda che interessa davvero a chi investe con un orizzonte di 10 o 20 anni. Serve a tre cose, e nessuna delle tre consiste nell'indovinare il settore vincente.
Sapere cosa si ha realmente in portafoglio. Chi possiede un ETF sull'S&P 500 e si considera diversificato dovrebbe sapere che la tecnologia da sola pesa tra il 29% e il 37% dell'indice, a seconda di come si classificano i grandi gruppi tra tecnologia e servizi di comunicazione. Circa un terzo del portafoglio dipende quindi da poche decine di società che operano in larga parte sugli stessi temi.
Decidere i pesi prima, non dopo. Diversificare non significa possedere molti strumenti, significa stabilire in anticipo quanta esposizione si vuole avere su ciascun blocco e metterlo per iscritto. La regola operativa che ne deriva è semplice: quando una posizione si gonfia oltre il peso stabilito, va ridotta. Non perché sia diventata cattiva, ma perché è diventata troppo grande rispetto al piano.
Ribilanciare con una regola, non a sensazione. Qui va detto un numero onesto invece di uno suggestivo. La ricerca di Vanguard mostra che tra ribilanciare mensilmente, trimestralmente o una volta l'anno non emergono differenze materiali di rischio e rendimento, e che le frequenze più alte aumentano solo rotazione e costi.
Il ribilanciamento a soglia, cioè quello che scatta quando un peso si allontana di alcuni punti dal target, aggiunge circa 0,15-0,22 punti percentuali all'anno su base corretta per il rischio rispetto a quello a calendario. Sono 2 decimi di punto all'anno. Non è la ragione per cui si ribilancia. Si ribilancia per non ritrovarsi, senza essersene accorti, con metà del patrimonio appeso a un solo comparto.
La parte scomoda
Il ribilanciamento obbliga a vendere ciò che sta andando bene per comprare ciò che sta andando male. È il contrario esatto dell'istinto, ed è il motivo per cui la maggior parte delle persone non lo fa. Ma il dato da cui siamo partiti resta il più importante di tutti: 44 punti percentuali di distanza tra il primo e l'ultimo settore in 7 mesi.
Il mercato non è una cosa sola. E il compito dell'investitore di lungo periodo non è indovinare quale comparto vincerà il prossimo anno, ma assicurarsi di essere presente in tutti, nelle proporzioni che ha deciso lui.
Se vuoi approfondire questo concetto, puoi farlo tramite questo percorso formativo: Link QUI.