L’oro oggi quota intorno a 4.350 dollari l’oncia. Ieri ha guadagnato il 2% dopo l’annuncio dell'accordo di pace tra Stati Uniti e Iran, e in questo momento consolida quei guadagni in attesa di capire cosa deciderà la Federal Reserve. Una settimana densa. Ma prima di guardare avanti, vale la pena fare un passo indietro e capire perché l’oro si trova dove si trova.
Un anno di corsa e un ritracciamento
A gennaio 2026, l’oro ha toccato il suo massimo storico a 5.608 dollari l’oncia. Da quel livello è sceso di circa il 23%, fino ai valori attuali. Sembra un crollo, ma non lo è: negli ultimi 12 mesi il metallo è ancora in rialzo del 28%. Quello che stiamo vedendo è un ritracciamento fisiologico dopo una corsa straordinaria, non un cambio di direzione strutturale.
Per capire quanto sia stato eccezionale il movimento, basta guardare la storia: l’oro aveva impiegato 32 anni per passare dal massimo del 1980 al record del 2011. Poi, tra la fine del 2024 e gennaio 2026, ha bruciato le tappe in poco più di un anno.
Il meccanismo che muove l’oro, quello vero
L’oro non paga dividendi, non genera utili, non ha ricavi trimestrali da presentare agli analisti. Il suo valore dipende in larga parte dal costo opportunità di tenerlo, e questo costo è strettamente legato ai tassi di interesse reali, cioè ai tassi nominali corretti per l’inflazione.
Quando i tassi reali sono bassi o negativi, i bond rendono poco e l’oro diventa relativamente attraente: non ti costa quasi niente tenerlo invece di investire altrove. La Federal Reserve nel 2025 ha tagliato i tassi per 75 punti base complessivi, riducendo il costo opportunità dell’oro e contribuendo alla sua corsa. Questa settimana, con il primo meeting presieduto dal nuovo chairman Kevin Warsh, il mercato capirà se quella direzione continuerà o cambierà.
Oro: geopolitica come carburante? Stavolta no
C'è un luogo comune sull'oro che vale la pena sfidare: l'idea che salga ogni volta che il mondo diventa più instabile. La teoria è solida - l'oro come bene rifugio, porto sicuro nei momenti di crisi. Il problema è che questa volta i dati dicono il contrario.
Durante i mesi più tesi del conflitto in Medio Oriente, l'oro non è salito: è sceso. E ieri, con l'annuncio dell'intesa di pace tra Stati Uniti e Iran, ha guadagnato il 2%. Non è un dettaglio, è una smentita precisa del copione classico. La distensione geopolitica ha fatto comprare oro, non vendere.
Cosa significa? Che in questo ciclo il driver principale non è la paura, ma i tassi di interesse reali. Quando i mercati hanno visto nell'accordo USA-Iran un segnale di inflazione più bassa e Federal Reserve più accomodante, hanno comprato oro. Non perché il mondo fosse più sicuro, ma perché la prospettiva di tassi reali più bassi riduce il costo opportunità di tenerlo. È quella la leva che conta adesso.
Vale quindi la pena separare due concetti che spesso vengono mescolati: l'oro come bene rifugio, che funziona in certi contesti, non in tutti, e l'oro come asset sensibile ai tassi reali, che è la chiave di lettura corretta per il 2026.
I grandi fondi e gli ETF sull’oro
Un modo per capire il sentiment dei grandi investitori è guardare i flussi negli ETF sull’oro. SPDR Gold Shares, il maggiore ETF sull’oro fisico al mondo con una capitalizzazione di circa 149 miliardi di dollari, ha registrato afflussi molto forti all’inizio del 2026.
Gli istituzionali compravano oro come copertura contro l’incertezza. Nelle ultime settimane, però, quei flussi si sono rallentati e in parte invertiti, con qualche vendita. È un segnale di atteggiamento più cauto, coerente con il ritracciamento che stiamo vedendo sul prezzo.
Oro: JP Morgan vede i 6.300 dollari l'oncia
JP Morgan ha un target sull’oro a fine 2026 di 6.300 dollari l’oncia. Sarebbe un rialzo del 46% dai livelli attuali. La tesi si basa su inflazione persistente, banca centrale cinese che continua ad accumulare riserve in oro fisico, indebolimento strutturale del dollaro e domanda crescente dai mercati emergenti.
Va detto chiaramente: è una previsione molto ottimistica. Non è il consensus di mercato, è la visione di una singola banca. Da 5.608 dollari di gennaio siamo già scesi a 4.311, e non è detto che la traiettoria verso 6.300 sia lineare. Anzi, quasi certamente non lo sarà.
Oro: tre cose da guardare questa settimana
La prima è la Federal Reserve. Oggi e domani si riunisce il comitato che decide i tassi americani. Il risultato è scontato: tassi fermi.
Ma domani il nuovo presidente Warsh terrà la sua prima conferenza stampa, e ogni parola verrà analizzata. Se il tono è restrittivo, cioè orientato a mantenere i tassi alti più a lungo, i tassi reali potrebbero salire e l’oro subirebbe pressione nel breve. Se invece Warsh sorprende in senso accomodante, il metallo ha spazio per rimbalzare.
La seconda è il deal USA-Iran. Se venerdì in Svizzera venisse firmato un accordo di pace, lo Stretto di Hormuz si riaprirebbe, il petrolio scenderebbe, e con esso parte della pressione geopolitica che tiene alto l’oro.
La terza è il dollaro. L’oro è quotato in dollari: quando il biglietto verde si indebolisce, l’oro diventa più economico in valuta locale per i compratori stranieri, il che sostiene la domanda globale. Le stime per giugno parlano di un range tra 4.186 e 4.933 dollari.
Il quadro complessivo
L’oro resta in un trend rialzista strutturale. Il calo dai massimi di gennaio non è un segnale di inversione, è una pausa di assestamento dopo un rally eccezionale. Chi lo tiene in portafoglio come diversificatore e riserva di valore non ha motivi di preoccupazione. Chi lo guarda come trade di breve deve essere consapevole che questa settimana è piena di catalizzatori in entrambe le direzioni.
La storia dell’oro insegna una cosa sola: il metallo giallo ha quasi sempre ragione sui grandi temi e spesso torto sui tempi. La "bussola" in questo punta verso il lungo periodo.
Disclaimer: File MadMar.