Il catalizzatore: l'accordo USA-Iran
Il driver principale della seduta è stato l'accordo preliminare di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, che ha rimosso una delle principali fonti di rischio geopolitico degli ultimi mesi. L'intesa ha prodotto un effetto immediato sui mercati delle materie prime, con il prezzo del greggio in forte calo e il premio al rischio sullo Stretto di Hormuz - snodo critico per circa il 20% del commercio globale di petrolio - che si è sensibilmente ridimensionato.
Per il Giappone, questa dinamica ha un impatto diretto e strutturalmente rilevante. Il Paese è uno dei maggiori importatori netti di energia al mondo, dipendendo dall'estero per oltre il 90% del proprio fabbisogno energetico. Un calo del costo del petrolio si traduce in una compressione dei costi di produzione per le aziende manifatturiere, in un miglioramento delle ragioni di scambio e, più in generale, in un allentamento delle pressioni inflattive importate che la Bank of Japan combatte da oltre due anni.
Il profilo del rally: chi ha guidato i rialzi
La seduta ha visto una partecipazione ampia tra i settori. I titoli del settore manifatturiero hanno guidato i guadagni, beneficiando direttamente del calo del greggio. Forte anche la performance del comparto tecnologico e dei semiconduttori, sostenuto dalla domanda globale di chip legata all'espansione dell'intelligenza artificiale, trend che continua a favorire player come Tokyo Electron e Advantest.
Le posizioni short sullo yen hanno raggiunto i massimi degli ultimi nove anni, segnalando che parte del mercato continua a scommettere su una valuta nipponica debole nonostante le attese di rialzo dei tassi, un posizionamento che potrebbe generare volatilità nelle prossime sedute qualora la BoJ sorprendesse al rialzo.
Il nodo Bank of Japan
Il contesto macro in cui si inserisce questo record è tutt'altro che lineare. La Bank of Japan si riunisce domani con il mercato che prezza con alta probabilità un rialzo dal 0,75% all'1%, il livello più elevato dal 1995 e il primo incremento da dicembre 2025.
Il board della BoJ, nella riunione di aprile, aveva già espresso una divisione interna significativa con un voto 6-3 per mantenere i tassi invariati, con tre membri favorevoli a un aumento immediato: il segnale più hawkish dell'intera gestione Ueda.
Il mercato sta attualmente interpretando la prospettiva di una stretta monetaria non come un freno alla crescita, ma come un segnale di normalizzazione di un'economia che si sta finalmente emancipando dall'era dei tassi zero. Questa lettura è coerente con la dinamica osservata: equity in rialzo nonostante le aspettative di politica monetaria restrittiva.
Nikkei 225: la prospettiva storica
Vale la pena contestualizzare la portata di questo traguardo. Il Nikkei 225 aveva toccato il proprio precedente massimo assoluto a fine 1989, durante la bolla speculativa giapponese, fermandosi a 38.915 punti. Ci sono voluti oltre trent'anni per riportare l'indice stabilmente su quei livelli, con il superamento definitivo avvenuto solo nel 2024. La corsa da 38.000 a oltre 69.000 in meno di due anni segna quindi un cambio di passo strutturale nella percezione del Giappone come asset class.
Cosa monitorare ora?
I prossimi catalizzatori da seguire includono l'esito della riunione BoJ del 16 giugno e la guidance del governatore Ueda sui tempi del ciclo di rialzi, l'evoluzione dell'accordo USA-Iran e la sua tenuta sul piano diplomatico, il dato sull'inflazione core giapponese di luglio e l'impatto del calo energetico sulle aspettative di politica monetaria, nonché il posizionamento sullo yen e il rischio di short squeeze qualora la BoJ adotti un tono più aggressivo del previsto.
Il rally del Nikkei è la sintesi di un momento eccezionale: geopolitica favorevole, fondamentali in miglioramento e un sistema produttivo che beneficia di una materia prima più economica. La variabile critica resta la BoJ e la sua capacità di normalizzare la politica monetaria senza soffocare la ripresa.
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