"Il software è finito". Con questa frase un programmatore americano ha presentato una serie di programmi gratuiti che ricalcano quelli di Adobe, costruiti in poche settimane con l'intelligenza artificiale. Sui social si è parlato di Adobe "hackerata". I fatti sono diversi, e in Borsa raccontano una storia meno rumorosa ma più interessante. Adobe è davvero finita?
ArtCraft-Adobe: nessun furto, ma un nodo legale aperto
Adobe produce i programmi usati da fotografi, grafici e videomaker di tutto il mondo, come Photoshop, Premiere e Acrobat, e da oltre dieci anni li vende in abbonamento. Nel fine settimana del 3 e 4 ottobre il progetto ArtCraft ha presentato programmi gratuiti e open source che ne riproducono aspetto e funzioni. Li ha sviluppati il programmatore Brandon Thomas con Claude Opus 5.5, il modello di Anthropic, dopo essere incappato più volte, racconta, nella penale di disdetta di Adobe.
Nessuno è entrato nei sistemi di Adobe. La tecnica si chiama reverse engineering: si studia come si comporta un programma e se ne costruisce un altro che fa le stesse cose. Il codice sorgente, quello leggibile scritto dai programmatori, resta nei server di Adobe e nessuna fonte parla di un suo furto. Non è chiaro invece quanto l'AI abbia analizzato i programmi installati e quanto si sia limitata a osservarne il comportamento.
Thomas parla di copia "in stanza pulita": una squadra descrive l'originale, una seconda che non l'ha mai visto scrive il nuovo programma, perché le idee non sono protette dal diritto d'autore e il codice sì. Qui però, notano i lettori di Ars Technica, la stessa AI fa entrambi i lavori, e la somiglianza grafica con Photoshop potrebbe bastare a portare il caso in tribunale. Adobe per ora non ha commentato, e i cloni sono acerbi: delle 12 app annunciate solo 2 sono in versione alfa, le altre in sviluppo.
Azioni Adobe: in Borsa il clone ha mosso poco
Il titolo Adobe ha chiuso il 2025 intorno ai 350 dollari e lunedì 12 ottobre era a 238: circa il 32% in meno da inizio anno, mentre l'S&P 500 ha guadagnato il 14%. Il settore non c'entra: dopo il calo di febbraio, legato ai nuovi strumenti di Anthropic per le aziende, l'ETF sui titoli americani del software è tornato circa il 5% sopra i livelli di gennaio. Adobe è rimasta indietro da sola.

Nei giorni del clone il prezzo è rimasto quasi fermo: 238 dollari venerdì 2 ottobre, prima della presentazione di ArtCraft, e 238 dollari dieci giorni dopo. Il mercato aveva già incorporato da mesi il timore che l'intelligenza artificiale eroda il business di Adobe: il clone gli ha dato un volto, senza aggiungere una paura nuova.

Wells Fargo e il cambio al vertice
A pesare davvero è stata un'altra notizia. Lunedì 12 ottobre Wells Fargo ha abbassato il giudizio su Adobe di due gradini, da "Overweight" a "Underweigh2t, e ha ridotto il prezzo obiettivo a 225 dollari. Il titolo ha chiuso in calo dell'1,7%.
La banca cita un sondaggio tra i responsabili informatici delle aziende, da cui Adobe esce perdente nella spartizione dei budget per l'intelligenza artificiale. E segnala il rallentamento dei ricavi ricorrenti, cioè quanto la società incasserà nei prossimi dodici mesi dagli abbonamenti già firmati: per centrare gli obiettivi dell'anno i nuovi abbonamenti dell'ultimo trimestre dovrebbero quasi raddoppiare.
Poi c'è la guida. Shantanu Narayen, Amministratore delegato da 18 anni, lascia: dal primo dicembre arriva Anil Chakravarthy, e anche il direttore finanziario è ad interim. Due cambi al vertice nello stesso momento rendono più incerte le indicazioni sul 2027.
I conti reggono, il multiplo racconta sfiducia
Il business intanto resta solido. Nel trimestre chiuso a fine agosto Adobe ha registrato ricavi record per 6,76 miliardi di dollari, il 13% in più di un anno prima. Escludendo alcune voci contabili, su 100 dollari incassati ne restano circa 44 di utile operativo.
Il prezzo però racconta sfiducia. Rapportando la quotazione agli utili attesi nei prossimi dodici mesi, Adobe tratta intorno a 9 volte, contro più del doppio a inizio 2024. È un multiplo da azienda senza crescita, non da software che cresce a doppia cifra.
Il messaggio implicito è che i conti di oggi potrebbero non durare. Se copiare un programma costa sempre meno, diventa più difficile difendere il prezzo degli abbonamenti: Wells Fargo, non a caso, cita anche l'assenza di aumenti di prezzo.

Chi rischia di più e chi di meno
Il criterio è il tipo di cliente: chi vende a singole persone, che cambiano programma in una sera, è più esposto di chi vende a grandi aziende legate da contratti e regole di sicurezza. In prima fila c'è Figma, il programma per progettare app e siti, in calo di circa il 41% da inizio anno. Accanto c'è Adobe, dove studenti e liberi professionisti sono la fascia più tentata dalle alternative gratuite.
Un gradino dietro c'è Autodesk, la società di AutoCAD: ArtCraft ha in cantiere anche un programma di disegno tecnico, e il titolo cede circa il 21% da inizio anno. Più lontana Microsoft, che pure vede in arrivo i cloni di Word, Excel e PowerPoint ma guadagna circa il 12%: oltre ai programmi vende il cloud su cui girano i modelli di intelligenza artificiale.

È lo stesso meccanismo con cui si finanzia ArtCraft: il programma è gratis, l'intelligenza artificiale si paga. Chi vende capacità di calcolo, come Microsoft, Amazon e Alphabet, tende quindi a incassare comunque. Per decenni il vantaggio di un'azienda di software è stato il codice; ora contano di più le abitudini degli utenti, i formati dei file, i contratti con le aziende e la sicurezza.
Le prossime tappe
Il primo dicembre Chakravarthy prenderà la guida di Adobe, e a dicembre sono attesi i conti di fine esercizio con le prime indicazioni sul 2027: lì si vedrà se i nuovi abbonamenti ripartono. Sul fronte dei cloni resta da capire se Adobe sceglierà la via legale e se ArtCraft riuscirà a trasformare i prototipi in programmi completi.
Il caso ArtCraft, in sé, oggi non sposta i conti di Adobe. Ma rende concreto un rischio che il mercato sta già prezzando: quando rifare un software costa poco, il valore si sposta dal codice alla relazione con il cliente. Le considerazioni di questo articolo descrivono come il mercato legge la vicenda e non costituiscono un consiglio di investimento.
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