A Wall Street, gli investitori stanno giocando con il fuoco. Il messaggio arriva non solo dalle opinioni degli osservatori finanziari, ma anche da indicatori di mercato che in passato hanno segnalato momenti di esuberanza poi sfociati in catastrofi finanziarie. Uno dei parametri che fa scattare un segnale d’allarme è il cosiddetto "indicatore di Buffett", creato dalla leggenda degli investimenti in Borsa Warren Buffett.
La misura rapporta la capitalizzazione di mercato totale delle azioni statunitensi al Prodotto Interno Lordo (PIL) degli Stati Uniti. Quando il numero risultante assume livelli troppo elevati, significa che si è entrati in territorio di bolla. Attualmente, l’indicatore di Buffett segnala che il mercato azionario - che prezza oltre 70.000 miliardi di dollari - vale più del doppio dell’economia USA, nonostante quest’ultima sia cresciuta al ritmo più rapido degli ultimi due anni. Ne consegue che, molto probabilmente, le azioni sono sopravvalutate e gli investitori in preda a un’euforia eccessiva.
L’indicatore di Buffett evoca l’incubo delle dot-com
Lo stesso rapporto capitalizzazione/PIL fu raggiunto all’inizio del nuovo millennio, quando scoppiò la bolla delle dot-com e Buffett avvertì che gli investitori “non sapevano cosa stessero facendo”. Da tempo, si tende a paragonare la situazione attuale di Wall Street a quella di 25 anni fa.
All’epoca fu la rivoluzione di Internet a gonfiare la bolla; oggi, il motore è l’intelligenza artificiale. Non è un caso che l’indicatore di Buffett stia lanciando segnali analoghi. Tuttavia, l’Oracolo di Omaha, nel 2017, in occasione dell’assemblea degli azionisti della Berkshire Hathaway, precisò che l’indicatore non va considerato in maniera isolata, ma in relazione ad altri parametri per valutare se il mercato sia o meno sopravvalutato.
Inoltre, Buffett sottolineò che l’importanza di ogni indicatore deve essere contestualizzata, poiché ogni fase economica presenta condizioni specifiche.
Valutazioni da bolla e timori di correzione
Il rapporto prezzo/utili (price/earnings) dell’indice S&P 500 è arrivato a livelli che, in passato, hanno preceduto grandi crolli, alimentando le preoccupazioni degli investitori più prudenti.
Coloro che hanno assunto posizioni ribassiste ritengono che le micce in grado di far esplodere una bolla potrebbero provenire da un mercato del lavoro americano in rallentamento, da un’economia traballante, ulteriormente messa sotto pressione dallo shutdown, e dalle eventuali delusioni legate all’intelligenza artificiale.
Tuttavia, i segnali di ottimismo, in grado di scacciare gli avvertimenti più catastrofici, non mancano. Gli utili aziendali sono in aumento, e questo sostiene i prezzi attuali delle azioni. Se si osservano i risultati del terzo trimestre, si scopre che, finora, i profitti sono cresciuti di quasi il 13% su base annua, mentre il fatturato sta aumentando al ritmo più veloce degli ultimi tre anni (dati Bloomberg).
“La crescita degli utili anno su anno per la società mediana dell’S&P 500 è stata nella parte superiore del suo intervallo tipico ed è vicina al livello più alto degli ultimi 15 anni, escludendo il boom successivo alla pandemia”, hanno scritto in una nota recente gli strategist di Deutsche Bank. Inoltre, “la crescita degli utili delle società statunitensi si è estesa a più settori, dissipando i timori che fosse concentrata in una manciata di grandi società tecnologiche”. Questo nonostante queste ultime continuino a dettare legge a Wall Street.
Gli strategist di Barclays, invece, preferiscono la cautela, consigliando agli investitori di proteggersi in questa fase di rialzo. “Rimane una strategia prudente per bloccare i guadagni recenti, limitando al contempo il rischio”, hanno detto.