Gli hedge fund stanno fuggendo dai titoli tecnologici a Wall Street a una velocità che non si vedeva da tempo. Secondo i dati riportati da Goldman Sachs, la scorsa settimana gli investitori hanno venduto le azioni tech al ritmo più rapido degli ultimi sei mesi e al livello più alto da cinque anni a questa parte. Circa il 75% delle vendite alla Borsa americana è stato determinato dalle azioni tecnologiche. In particolare, sono state aperte posizioni ribassiste nei confronti di quelle società legate all'intelligenza artificiale, ha affermato Goldman.
Secondo una nota di Morgan Stanley, inoltre, i titoli maggiormente nel mirino dai venditori allo scoperto sono Nvidia, Advanced Micro Devices e Tesla. Alcuni dati di JP Morgan Chase, invece, riportano come gli hedge fund avessero acquistato azioni tech a metà marzo, per poi venderli la scorsa settimana.
Wall Street: cosa spiega la fuga degli hedge fund
Cosa sta spingendo gli hedge fund lontano da Wall Street? JP Morgan non ha dubbi:
i dazi americani. Domani entreranno in vigore le tariffe annunciate dal presidente USA
Donald Trump. Le auto in entrata negli Stati Uniti dall'estero verranno colpite con prelievi del 25%. La stessa tassa scatterà nei confronti di tutti i beni di importazione proveniente da Messico e Canada e, al contempo, partiranno i
dazi reciproci promessi da Trump, ossia quelli applicati ai Paesi che a loro volta hanno imposto tariffe sulle merci importate dagli USA.
Tutto questo sta seminando il panico a Wall Street, con gli investitori che ora temono un'escalation della guerra commerciale e una recessione globale. Di conseguenza, gli hedge fund si sono già posizionati per questa prospettiva. "Con le notizie sui dazi, è stato interessante notare che i flussi e il posizionamento degli hedge fund potrebbero suggerire che sono già in qualche modo preparati, almeno in termini di aree chiave che sono state al centro dell'attenzione", si legge in una nota di Goldman.
Azioni USA: le banche abbassano gli obiettivi di prezzo
Il sentiment generale deteriorato sta spingendo alcune grandi banche a rivedere al ribasso i target sull'indice S&P 500. Negli ultimi giorni si sono espressi alcuni importanti istituti finanziari, quali Goldman Sachs, Barclays e Royal Bank of Canada (RBC).
David Kostin, stategist della banca di investimento americana ha tagliato le previsioni sul benchmark per la seconda volta questo mese. L'11 marzo le aveva portate da 6.500 a 6.200 punti. Alla fine del mese appena passato ha ancora abbassato la stima a 5.700. I motivi sono l'elevato rischio di recessione e l'incertezza legata ai dazi.
"Se le prospettive di crescita e la fiducia degli investitori si deteriorano ulteriormente, le valutazioni potrebbero diminuire molto più del previsto", ha scritto Kostin in una nota. "Continuiamo a consigliare agli investitori di prestare attenzione a un miglioramento delle prospettive di crescita, a un'ulteriore asimmetria nei prezzi di mercato o a un posizionamento depresso prima di tentare di negoziare un minimo di mercato".
Hanno fatto lo stesso gli strategist di Barclays guidati da Venu Krishna, tagliando il target per l'S&P 500 da 6.600 a 5.900 punti. Anche qui le tariffe trumpiane giocano un ruolo cruciale nella revisione delle stime. "Il nostro scenario di base presuppone che gli utili subiscano un duro colpo a causa dell'introduzione di alcune tariffe, che soffocano la crescita e aumentano modestamente l'inflazione", hanno scritto gli esperti.
Questo mese, anche Lori Calvasina, strategist di RBC, ha rivisto i suoi obiettivi per il più importante indice borsistico a stelle e strisce. L'esperto vede l'S&P 500 a 6.200 punti a fine anno, rispetto a un suo target precedente di 6.600. "Crediamo che il percorso per le azioni da qui a dicembre sia diventato più sfidante con venti contrari più forti", aveva scritto in una nota ai clienti. Tra questi fattori negativi, Calvasina cita il "ridimensionamento della crescita economica", che "da solo rappresenta un ostacolo significativo da superare per il mercato azionario".