Da diverso tempo si accosta il boom dell'intelligenza artificiale a quello delle dot-com di inizio millennio, con alcune previsioni catastrofiche che ne prefigurano lo stesso esito. All'epoca, le società Internet intrapresero un rally gigantesco a partire dalla metà degli anni '90 e finirono per schiantarsi di fronte a un'ondata di vendite in Borsa partita nel marzo del 2000. La comunità finanziaria teme uno scenario simile, anche se continua ad acquistare le azioni tecnologiche legate all'AI come se non ci fosse un domani.
I più ottimisti, tuttavia, sottolineano come i due fenomeni - quello delle dot-com e la presunta bolla dell'AI - non siano direttamente paragonabili, in quanto gran parte delle aziende Internet dell'epoca era costituita da realtà fragili, con bilanci in perdita e una totale assenza di progettualità per il futuro. Al contrario, le società coinvolte nell'intelligenza artificiale sono per lo più aziende in salute e con solide prospettive di business.
Intelligenza artificiale: l'opinione di Masayoshi Son
Sull'argomento si è espresso l'amministratore delegato di SoftBank, Masayoshi Son, che in un'intervista a CNBC ha definito l'intelligenza artificiale una rivoluzione fino a 50 volte superiore a quella delle dot-com. "Credo che questa rivoluzione sia più di 10 volte, probabilmente 50 volte più grande di quella delle dot-com", ha dichiarato.
Il grande manager e investitore giapponese di origine coreana ha descritto lo scoppio della bolla di inizio millennio come un evento doloroso, ma che alla fine si è rivelato soltanto "un piccolo incidente lungo una storia di crescita molto più ampia e duratura". Internet ha infatti rivoluzionato la tecnologia e cambiato il mondo. Son ritiene che l'AI sia "la più grande rivoluzione tecnologica e trasformazione che l'umanità abbia mai sperimentato". A suo avviso, "siamo solo all'inizio, come accadde con Internet".
Se dovesse verificarsi lo scoppio di una bolla, ciò andrebbe interpretato come una correzione di lungo periodo, come avvenuto molte volte nella storia. L'aspetto più importante è che ogni correzione rappresenta "la migliore opportunità di investimento", ha sottolineato.
SoftBank e l'AI
Son ha dichiarato inoltre che SoftBank non è molto esposta all'intelligenza artificiale. La società, che questa settimana è diventata l'azienda a maggiore capitalizzazione del Giappone, ha annunciato ieri che investirà 45 miliardi di euro in infrastrutture AI in Francia nei prossimi cinque anni. Tale impegno fa parte di un programma da 75 miliardi di euro per implementare 5 gigawatt di capacità nei data center AI nella seconda potenza economica europea.
Lo scorso anno, la holding giapponese ha siglato una partnership con OpenAI nell'ambito del progetto Stargate, una joint venture sponsorizzata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per la costruzione di infrastrutture AI proprio sul territorio americano. OpenAI rappresenta poco più del 20% del valore patrimoniale netto di SoftBank, mentre la partecipazione più importante del gruppo resta il progettista di chip britannico ARM Holdings con oltre il 50%.
Con riferimento al progetto francese, Son ha dichiarato in una conferenza stampa, tenuta insieme al presidente francese Emmanuel Macron, che si tratta di un "investimento enorme" volto a "trasformare la Francia nel centro dell'Europa per l'intelligenza artificiale".
AI: gli unicorni non raccolgono più fondi
Un aspetto che vale la pena sottolineare è che il boom dell'AI sta cominciando a produrre vincitori e vinti. Con le mega-IPO in arrivo a Wall Street, come quella di SpaceX questo mese e, in seguito, probabilmente di OpenAI e Anthropic, i grandi investitori stanno preservando capitale sottraendolo a molte startup AI.
Secondo una ricerca di PitchBook, delle 857 startup definite unicorni - valutate cioè almeno 1 miliardo di dollari - quasi la metà non ha raccolto nuovi fondi negli ultimi tre anni. Di conseguenza, le valutazioni sono crollate.
Le aziende che hanno raccolto l'ultima volta nel 2021 valgono ora in media il 68% in meno, mentre quelle che hanno aumentato il capitale per l'ultima volta nel 2022 hanno registrato un calo del 52%, osserva PitchBook.
"Molte di queste aziende appartengono all'era pre-AI, non solo per quanto riguarda la loro struttura dei costi, ma anche per i loro prodotti", ha dichiarato Immad Akhund, amministratore delegato di Mercury, fornitore di servizi bancari per startup in fase iniziale.
"Si trovano sicuramente in una posizione difficile", ha aggiunto il manager, evidendenziando come "tutta l'attenzione degli investitori è concentrata sull'intelligenza artificiale. Se non sei un'azienda nata attorno all'AI, hai bisogno di numeri davvero molto solidi per riuscire a raccogliere capitali".