Donald Trump ha riacceso con forza il dossier Groenlandia, tornando a parlare di “acquisizione” e legando l’obiettivo a una cornice di sicurezza nazionale, con toni ulteriormente irrigiditi dopo gli ultimi sviluppi nello scacchiere latinoamericano. Sul piano politico, Washington ha spinto per aprire un canale diretto con le autorità danesi e con la leadership locale, mentre Copenaghen e Nuuk hanno ribadito che non ci sarà nessuna vendita e che occorrerà rispettare l’integrità territoriale danese e l’autodeterminazione groenlandese.
L’Europa, nel frattempo, ha risposto sia sul terreno simbolico sia su quello operativo: da un lato l’Unione mira a rafforzare la presenza economica e la cooperazione con l’isola, dall’altro la Danimarca ha rilanciato il presidio militare e la cornice Atlantica, per evitare che la pressione americana si trasformi in un fatto compiuto.
Ne è scaturito un braccio di ferro che, sotto la superficie diplomatica, ha già prodotto l'effetto di spingere al rialzo il trade Groenlandia nei radar degli investitori.
Trump vuole la Groenlandia: perché Washington guarda a Nuuk
La Groenlandia è grande, remota, scarsamente popolata: proprio per questo, nel nuovo lessico strategico americano, vale come infrastruttura naturale. Il primo driver è industriale: minerali critici e terre rare, indispensabili per elettronica, difesa, transizione energetica e nuova economia dei dati.
Il secondo è geografico: un Artico più navigabile e contendibile, dove rotte e logistica si intrecciano con deterrenza e sorveglianza. In questa cornice, la presenza militare statunitense sull’isola resta un perno per l’allerta e la proiezione nell’area.
Ma la narrazione dell’Eldorado non è priva di ombre. Tra clima estremo, infrastrutture limitate, iter autorizzativi e complessità tecniche, l’estrazione e soprattutto la filiera industriale (raffinazione, lavorazioni, standard ambientali) sono i veri colli di bottiglia.
Le azioni che stanno capitalizzando l'escalation della tensione
Sui listini, l’onda geopolitica si è già tradotta in un “premio Groenlandia”: diverse società minerarie con esposizione sull’isola hanno aperto il 2026 con un’accelerazione netta, sospinte dall’idea che la partita dei minerali strategici possa riscrivere gerarchie e catene di fornitura. Tre nomi, in particolare, stanno catalizzando l’attenzione.
- Critical Metals Corp: tra i migliori titoli dell’anno, sostenuto dalle aspettative su un progetto legato alle terre rare “pesanti”, cruciali per magneti e componentistica ad alte prestazioni. Le azioni CRML nel 2026 sono salite del 150%.
- Energy Transition Minerals: in forte rialzo, intercetta la narrativa “supply chain occidentale” sui minerali critici e il repricing del rischio geopolitico. Da inizio anno il titolo ETM evidenzia un +70%.
- In aumento di oltre il 60% nel nuovo anno, 80 Mile (S5WA) è focalizzata su metalli critici (nichel, rame, titanio), elio e idrogeno naturale in Groenlandia e Finlandia.