Il conflitto in Medio Oriente sta rapidamente cambiando lo scenario macroeconomico globale. Secondo le ultime stime dell’OCSE, l’impatto delle tensioni geopolitiche si traduce in una revisione al ribasso delle prospettive di crescita e in un ritorno delle pressioni inflazionistiche.
Il principale canale di trasmissione è quello energetico: il rincaro di petrolio e gas, aggravato dalle difficoltà nei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, sta aumentando i costi per imprese e consumatori. Il risultato è un mix complesso di crescita più debole e prezzi più elevati, che riporta al centro il rischio di stagflazione.
Italia, PIL in frenata con guerra in Medio Oriente: crescita allo 0,4% quest’anno
Per l’Italia, il quadro si fa più fragile. L’OCSE prevede una crescita del PIL pari allo 0,4% nel 2026, in calo rispetto alle stime precedenti. Dopo il +0,5% atteso nel 2025, l’economia italiana fatica a trovare slancio in un contesto di domanda interna debole e costi energetici in aumento.
A pesare è anche una politica fiscale più restrittiva, che limita la capacità di sostenere l’attività economica. Parallelamente, l’inflazione è attesa in risalita al 2,4% nel 2026, con una componente core ancora più persistente. Il combinato tra crescita modesta e caro vita rischia di comprimere ulteriormente i consumi, già indeboliti dal calo della fiducia di famiglie e imprese.
Eurozona sotto pressione: atteso un +0,8% nel 2026
Il rallentamento dovuto alla guerra in Medio Oriente non riguarda solo l’Italia. L’intera Area Euro è vista crescere dello 0,8% nel 2026, in netto ridimensionamento rispetto alle precedenti aspettative. L’aumento dei prezzi dell’energia rappresenta il principale fattore di rischio, con effetti diffusi su industria, trasporti e commercio.
Anche le principali economie europee mostrano segnali di debolezza: la Germania rallenta, mentre Francia e Spagna registrano revisioni al ribasso, seppur più contenute. Sul fronte dei prezzi, l’inflazione dell’Eurozona è attesa al 2,6% nel breve termine, con un ritorno verso i target della BCE solo nel 2027.
Stati Uniti: inflazione vista al 4,2%, PIL dovrebbe tenere al +2%
Il Paese che potrebbe pagare il prezzo più alto del conflitto sono gli Stati Uniti. L’OCSE stima un’inflazione al 4,2% nel 2026, ben al di sopra delle precedenti previsioni.
Nonostante ciò, l’economia americana dovrebbe mantenere una crescita solida intorno al 2%, sostenuta dagli investimenti nel settore dell’AI. Tuttavia, il rallentamento atteso nel 2027 riflette un progressivo indebolimento dei consumi, legato alla perdita di potere d’acquisto e alla fine dei risparmi accumulati durante la pandemia.
Energia e geopolitica: il vero rischio globale
Alla base delle revisioni dell’OCSE c’è un elemento chiave: la vulnerabilità delle rotte energetiche globali. Lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio di petrolio e gas, rappresenta un punto critico per la stabilità dei mercati.
Le interruzioni dei flussi e i danni alle infrastrutture energetiche stanno già generando effetti a catena su inflazione e crescita. Il quadro delineato resta altamente incerto. Le attuali previsioni si basano sull’ipotesi di un graduale allentamento delle tensioni nella seconda metà del 2026.
Tuttavia, un prolungamento della guerra in Medio Oriente potrebbe comportare ulteriori revisioni al ribasso della crescita globale e un’accelerazione dell’inflazione. Se la crisi dovesse protrarsi, il rischio è quello di un ulteriore deterioramento dello scenario globale, con un impatto più marcato su economie importatrici di energia come quelle europee.
Secondo l’OCSE, gli interventi pubblici dovrebbero essere mirati e temporanei, evitando misure generalizzate che potrebbero alimentare ulteriormente l’inflazione. Sul lungo periodo, la risposta passa attraverso una maggiore indipendenza energetica, con investimenti in rinnovabili ed efficienza.